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Labyrinth – Architecture Of A God

In un panorama metallico come quello italiano, sono state purtroppo poche le band a emergere dall’underground sviluppando un proprio seguito su tutto il territorio. Ancora più rare sono state le realtà che sono riuscite a imporsi fuori dai confini nazionali, a battagliare con combo tedeschi e scandinavi, paesi in cui le sonorità heavy (nelle più svariate forme) sono fortemente presenti nelle classifiche di vendita e download, eventualità che da noi si verifica praticamente solo con colossi mediatici che rispondono al nome di Iron Maiden e Metallica.

In questo ambito decisamente “provinciale”, la scena heavy power italica è stata per molti anni una mosca bianca. Rhapsody Of Fire, Labyrinth, Vision Divine e pochi altri hanno a più riprese settato gli standard di buona parte del movimento nostrano , forti anche di un continuo interscambio di componenti tra i vari gruppi che ha permesso a nomi quali quelli di Olaf Thorsen e di Fabio Lione di esprimere appieno e su più fronti la propria musica, non disdegnando contesti internazionali (Lione è attualmente voce di una istituzione power quali i brasiliani Angra).

A 7 anni di distanza dal buon “Return To Heaven Denied, Pt. 2” e con un deciso stravolgimento di formazione, i Labyrinth escono finalmente con un nuovo LP. L’ingresso di Macaluso alla batteria, Smirnoff alle tastiere, Mazzucconi al basso e soprattutto il ritorno di Roberto Tiranti alla voce dopo una breve parentesi (senza alcuna pubblicazione) con Mark Boals hanno elevato l’aspettativa su questo Architecture Of A God; attesa che è effettivamente ripagata con un lavoro perfettamente in linea con il livello qualitativo mostrato per oltre 20 anni e che anzi, per alcune ragioni, aggiunge qualcosa di nuovo e fresco al solido complesso basato sulle ormai storiche chitarre di Cantarelli e Thorsen.

L’album, infatti, può essere suddiviso in due parti: una prima metà classicamente power metal e una seconda half di impostazione progressiva, novità che si fa apprezzare senza riserve per la qualità con cui il songwriting è espresso e per come lo stesso si incastra perfettamente nel sound Labyrinth.

L’apertura è classica: Bullets, un lungo brano heavy in cui gli elementi sonori si mescolano alla perfezione, mostra da subito il potenziale dell’intero disco. Ogni singolo strumento è presente con convinzione e pure il basso, normalmente relegato a mero accompagnamento ritmico negli standard del genere, è corposo e a suo modo protagonista. È un power esemplare quello che viene snocciolato lungo le prime tracce, ma rivisitato secondo gli standard labyrinthiani di metà carriera: Take On My Legacy, un veloce uptempo in cui è la tastiera a creare melodia e atmosfera mentre il resto della band si scatena, è un degno tributo al suono degli Strotavarius anni ’90; Someone Says, una delle tracce più cadenzate del pacchetto, è fiera debitrice dell’happy metal di interpreti quali gli Edguy di Tobias Sammet.

Una pausa di pianoforte molto Savatage-ish e recitata in italiano (Random Logic) fa da collante con quanto offerto successivamente; la title track alza con decisione il livello del songwriting ed è esempio di cosa possono e forse vogliono essere i Labyrinth del 2017. È prog metal di nobile fattura ciò che viene proposto in una traccia lunga e ricercata, dalle molteplici facce ma mai impegnativa all’ascolto. La voce di Tiranti merita menzione particolare: un cantante che ha a propria disposizione un’ugola incredibile (ascoltare i suoi live con i New Trolls per farsi un’idea del potenziale) e lungo la prima parte di questo “Architecture Of A God” non espressa al massimo, trova la propria dimensione nella recitazione di questo brano in cui è l’interpretazione canora la base portante.

Neanche il tempo di riprendersi da questa perla che la reinterpretazione di Children di Robert Miles lascia per la seconda volta spiazzati, per lo meno fino al momento in cui si ricorda della cover di “Feel” dei Cenith X inserita nello storico “Return To Heaven Denied” (1998). Che gli ascolti fuori dallo studio di registrazione da parte di Thorsen siano così particolari non ci è dato saperlo, ma le successive Those Days e We Belong To Yesterday mantengono l’impostazione prog ascoltata poco prima tra riferimenti ad atmosfere Dream Theater e gli arrangiamenti rocky dei Queensryche più moderni. Le due tracce a chiusura mescolano nuovamente le carte svegliando l’ascoltatore con la fast-track Stardust And Ashes per poi rilassarlo con la closer Diamond, pezzo onirico basato sulle tastiere, voce e chitarra in una combinazione singolarmente emotiva.

“Architecture Of A God” è un lavoro ben confezionato per un pubblico definito. Si fa innanzitutto apprezzare lo spirito con cui una band fondamentale come i Labyrinth abbia ancora voglia di impegnarsi e persino rinnovarsi, sviluppando soluzioni di spessore che quasi necessariamente han da essere proposte per sopravvivere in un contesto, quello power metal, sempre più scarno di novità che abbiano il potenziale di lasciare il segno. Una lezione di metallo italiano per coloro che hanno la curiosità di ascoltare cosa il nostro Paese abbia ancora da proporre sulla scena internazionale.

(2017, Frontiers)

01 Bullets
02 Still Alive
03 Take On My Legacy
04 A New Dream
05 Someone Says
06 Random Logic
07 Architecture Of A God
08 Children
09 Those Days
10 We Belong To Yesterday
11 Stardust And Ashes
12 Diamond

IN BREVE: 4/5

Michele Brusa
Da sempre convinto che sia il metallo fuso a scorrere nelle sue vene, vive la sua esistenza tra ufficio, videogames, motociclette e occhiali da sole. Piemontese convinto, ama la sua barba più di se stesso. Motto: la vita è troppo breve per ascoltare brutta musica.