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Lana Del Rey – Honeymoon

honeymoonParlare di un personaggio come Lana Del Rey è sempre pericoloso per chi scrive di musica. La ragazza, infatti, porta da sempre con sé una molteplicità di fattori (indubbie capacità artistiche, bellezza, un gusto discreto per la trasgressione unito ad una mondanità sempre più spinta) che rendono difficile il compito di chi deve soppesare il tutto e cercare di dare una valutazione inerente al solo aspetto musicale, spogliato dall’ingombrante contorno.

Concentrandosi esclusivamente sulla qualità delle canzoni, in passato fu doveroso tessere le lodi di un esordio fulminante come “Born To Die” (parlare di capolavoro pop non è del tutto inappropriato) e successivamente apprezzare la coerenza del secondo album, quel “Ultraviolence” che nella sua narcotizzante oscurità teneva nascosti alcuni brani davvero memorabili.

Se però continuiamo ad usare lo stesso metro di giudizio, stavolta arrivano le note dolenti. Già, perché mettendo da parte tutti i bei discorsi inerenti il terzo album dell’artista americana (un disco coraggioso perché volutamente poco commerciale, anticonformista, in linea col personaggio, eccetera eccetera) si è obbligati a fare i conti con l’amara realtà: Honeymoon è un disco mediocre, noioso, bruttissima copia del precedente “Ultraviolence” e neanche lontano parente del clamoroso disco d’esordio. Se finora Lana non aveva sbagliato un colpo grazie a una invidiabile lucidità che le aveva fatto gestire al meglio il suo talento, stavolta ha sbagliato agendo d’impulso: quindici mesi di distanza tra due album sono davvero poca cosa, soprattutto se si vive un periodo dove serve riordinare per bene le idee.

“Honeymoon” è un lavoro in studio eccessivamente lungo ma soprattutto lento, molto lento. E la lentezza annoia, visto che il livello medio stavolta è quel che è. La title track si trascina stancamente ma riesce ad incantare a tratti l’ascoltatore: peccato che le successive Music To Watch Boys To, Terrence Loves You e God Knows I Tried siano difficilmente digeribili, nonostante la voce dell’americana sia in grande spolvero. Con l’insipida Freak va pure peggio, mentre una menzione positiva va all’inquietante e inquieta High By The Beach, forse inadatta come singolo ma capace di lasciare un substrato indelebile nelle orecchie dell’ascoltatore.

Nel disco ci sono pure dei momenti dove Lana Del Rey emerge per bene dal torpore e riesce a regalarci dei brani brillanti : Art Deco ha un ritornello finalmente degno di nota, ma è l’elegantissima Salvatore a convincere appieno (alzi la mano chi non l’ha ascoltata per prima dopo averne letto il titolo), con le sue atmosfere da dolce vita felliniana perfette per uno spot di Dolce & Gabbana ambientato nel profondo Sud.

Il problema è che questi ottimi momenti vengono neutralizzati da altrettanti passi falsi (Religion, 24). L’inutile e brutta cover finale di Don’t Let Me Be Misunderstood suggerisce ancor più fortemente come Lana Del Rey abbia voluto pubblicare un album cosi irritante di proposito, e ciò non farebbe che accrescere ulteriormente l’innegabile fascino che avvolge il personaggio. Ma la buona musica è un’altra cosa, ben diversa da una riuscita operazione d’immagine.

(2015, Polydor)

01 Honeymoon
02 Music To Watch Boys To
03 Terrence Loves You
04 God Knows I Tried
05 High By The Beach
06 Freak
07 Art Deco
08 Burnt Norton (Interlude)
09 Religion
10 Salvatore
11 The Blackest Day
12 24
13 Swan Song
14 Don’t Let Me Be Misunderstood

IN BREVE: 2/5

Karol Firrincieli
Una malattia cronica chiamata britpop lo affligge dal lontano 1994 e non vuole guarire. Bassista fallito, ma per suonare da headliner a Glastonbury c'è tempo. Già farmacista, ha messo su la sua piccola impresa turistica. Scrive per Il Cibicida dal 2009.