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Lykke Li – EYEYE

L’aspetto visuale di un prodotto sta diventando l’esca più efficace per veicolare velocemente qualsiasi tipo di contenuto. Si pensi, ad esempio, alle future impostazioni di Instagram che implementeranno le visualizzazioni dei video o alle lamentele legittime di artisti come Halsey, Charli XCX ed FKA Twigs relativamente alle pressioni delle rispettive label per stimolare l’attività dei loro profili TikTok. E ancora: l’improvvisa viralità di “Running Up The Hill” di Kate Bush apparsa in una scena della quarta stagione di “Stranger Things”.

Bene. Se c’è una qualità che andrebbe riconosciuta in questo esatto periodo storico all’artista svedese Lykke Li sarebbe quella di cavalcare l’onda. Lykke Li non è un’artista ripetitiva, lo conferma anche la dilatazione nel tempo di tutti i suoi lavori, ancor di più all’interno di un sistema che prevede un minimo di due album all’anno. EYEYE arriva a distanza di quattro anni da “So Sad So Sexy” (2018) e se ne distacca in maniera netta. Sarebbe comodo definirlo un visual album. Ma è più complesso di così. Da comunicato stampa, il progetto era finalizzato a “catturare bellezza e grandezza di un film d’autore europeo, realizzando al tempo stesso un prodotto adattabile ai media attuali: un film in sessanta secondi sullo schermo di un telefono, il luogo in cui la maggior parte delle nostre esperienze emotive accade ora”. Andiamo con ordine.

Sono solo due i pezzi rimasti “orfani” di immagini, i primi della tracklist: No Hotel e You Don’t Go Away. I video delle restanti tracce, diretti da Theo Lindquist e girati su pellicola da 16 millimetri dal direttore della fotografia Edu Grau, sono composti da brevi sequenze ripetute in loop per poco più di un minuto e disegnano la parabola di una relazione tossica, in cui l’amore platonico si mischia con quello carnale (Carousel, l’unica ad avere due differenti video), le dipendenze sono sia affettive (Over) che da sostanze (5D) e la morte sembra essere l’unica via d’uscita possibile (Highway To Your Heart).

L’album si sviluppa sulla base di un algoritmo palindromo che punta a una sensazione costante di ricorsività ripetuta ovunque: nel titolo, nelle immagini, nei suoni. Non solo: sul sito e sul canale YouTube dell’artista i frammenti di video sistemati in ordine sparso ma in realtà assumono un senso più coerente se guardati nell’ordine suggerito dalla tracklist. Li, infatti, parte dalla fine (Highway To Your Heart) per raccontare una storia che sembra uscita dalla teoria freudiana delle pulsioni di vita e di morte, quasi a voler sfruttare l’epilogo come preambolo di una storia che si ripete all’infinito, in un ciclo eterno. I colori sono saturi, le immagini distorte, minimali e lasciano un senso di disorientamento allo spettatore/ascoltatore, mai del tutto certo nell’individuare dove finisca e ricominci la narrazione.

Dispiace, però, rilevare come l’aspetto visuale sia probabilmente l’elemento che spinge maggiormente ad andare a fondo. Infatti se a livello visuale la trama ha un appeal tutto sommato accattivante, lo stesso non può dirsi del carattere sonoro. Li è collaboratrice e amica di David Lynch, grande appassionato di tutto ciò che sprigioni un’aura dark à la This Mortal Coil, ma è pur vero che per quanto l’artista svedese sia sempre stata vicina a quelle atmosfere non ha ancora rivelato sufficiente “buio” per dare un seguito a quel tipo di tradizione.

Complice forse l’assenza di percussioni e gli arrangiamenti ridotti all’osso, tutte le tracce di “EYEYE”, ad eccezione forse di Highway To Your Heart, contengono frammenti eccessivamente posati e ripetitivi che faticano abbastanza a reggersi in piedi senza il supporto dei video a corredo. Ne sono una prova gli unici due pezzi dissociati da immagini: No Hotel (patinata) e You Don’t Go Away (ai limiti della monotonia). Dispiace per Lykke Li ma sappiamo bene che è capace di fare decisamente di meglio.

(2022, PIAS)

01 NO HOTEL
02 YOU DON’T GO AWAY
03 HIGHWAY TO YOUR HEART
04 HAPPY HURTS
05 CAROUSEL
06 5D
07 OVER
08 ü&i

IN BREVE: 2,5/5

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.