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Mutoid Man – War Moans

Non è che i side project vadano evitati, ma la storia ci insegna che è stato sovente arduo trovare proposte valide fuori dal contesto dei main group, evitando il rischio dell’autocelebrazione fine a se stessa frutto in via principale della noia e della mancanza di motivazione.

Spesso questi progetti riuniscono artisti provenienti da diversi contesti ed estrazioni, personalità di spicco per una manciata di apparizioni tentano collaborazioni atipiche, formando supergruppi che finiscono per morire nella loro idea originale, usualmente dopo aver prodotto qualcosa di mediocre e che verrà ricordato con difficoltà. È pieno il mondo di questi combo, ci cascano quasi tutti prima o poi e a parte alcune eccellenti eccezioni che confermano la regola il risultato è più o meno sempre quello del cupo tunnel del semi-dimenticatoio.

Tra queste eccezioni ci sono da inserire i Mutoid Man: il supergruppo formato da Stephen Brodsky dei Cave In e Ben Koller dei Converge si conferma sempre più act consolidato con la terza uscita in meno di un lustro, non accennando a sollevare il piede dall’acceleratore e colpendoci nuovamente con una vigorosa stilettata.

Non c’è autocelebrazione qui, ma impegno e attitudine veri che non ci stanno a passare in secondo piano. War Moans è lavoro di chi sa come e cosa suonare, naturale evoluzione di un sound più limato e meglio prodotto rispetto ai comunque buoni “Helium Head” (EP, 2013) e “Bleeder” (2015). I Mutoid Man si scrollano di dosso parte del marciume che è loro estrazione naturale, perfezionando vari aspetti del loro songwriting ma mantenendo inalterata la verve violenta e casinista. C’è un po’ di tutto in questo disco: l’influenza aggressiva del post hardcore dei Converge è componente fondamentale, ma controllata sull’altro piatto della bilancia dall’esperienza maturata da Brodsky, moderatore principale del trio; aggiungete una buona serie di veloci ritmiche, linee chitarristiche metalliche e vocals à la Josh Homme per ottenere un insieme faticosamente narrabile ma dalla resa superba.

L’incedere di “War Moans” è notevole e denota un particolare sviluppo, traccia dopo traccia, nella base sonora. I rapidi 4/4 debitori di un approccio quasi punk delle prime tre canzoni, tra cui l’opener Melt Your Mind con un ospite singolare come Marty Friedman (ex Megadeth) non particolarmente riconoscibile, cedono il passo a partire da Kiss Of Death a un suono nel complesso più ricercato. Cambia la ritmica, evolve il riffing che acquista una matrice sludge/thrash (Date With The Devil) e la sensazione di incupimento generale dona una profondità del tutto diversa.

Tutto ciò però non cambia la resa generale di un sound che si mantiene una mazzata tra capo e collo lungo tutto l’arco delle dodici tracce, anche quando, come nella title track, in Wreck And Survive o nella devastante quanto mutevole Open Flame, Brodsky e soci alzano ancora maggiormente le pretese inserendo schizofrenici elementi propri dei primi Mastodon che fanno ben sperare, in ottica evolutiva, in un ulteriore progresso. Bandages, closer dell’album, smorza i toni essendo una power ballad, ma riesce a non perdere una virgola della cruda sfrontatezza che è impronta di tutto il lavoro.

Prova superata, disco tosto e genuino che per la sua capacità di non annoiare e crescere a ogni ascolto gode di una sicura longevità e che per il mix di suoni decisi merita un ascolto da parte di chiunque.

(2017, Sargent House)

01 Melt Your Mind
02 Bone Chain
03 Micro Aggression
04 Kiss Of Death
05 Date With The Devil
06 Headrush
07 Irons In The Fire
08 War Moans
09 Wreck And Survive
10 Afterlife
11 Open Flame
12 Bandages

IN BREVE: 4/5

Michele Brusa
Da sempre convinto che sia il metallo fuso a scorrere nelle sue vene, vive la sua esistenza tra ufficio, videogames, motociclette e occhiali da sole. Piemontese convinto, ama la sua barba più di se stesso. Motto: la vita è troppo breve per ascoltare brutta musica.