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Ozzy Osbourne – Patient Number 9

Sono ormai tanti anni che il sig. Osbourne, John Michael (per gli amici e per gli estranei da sempre Ozzy, per gli adoranti veneratori The Prince of Fucking Darkness), non pubblica un disco realmente valido. “Ordinary Man” (2020) aveva qualcosina di buono (e tanta roba meno buona); “Scream” (2010) non sfruttava a dovere i talenti del nuovo assunto Gus G e “Black Rain” (2007) aveva un ottimo singolo (“I Don’t Wanna Stop”), ma mancava la scintilla – entrambi rimanevano sopra il livello di guardia, ma entrambi erano, diciamocelo senza pudore, discretamente noiosi. Non parliamo poi del pessimo “Under Cover” (2005) in cui Ozz massacra un tot di cover prodotte male e arrangiate peggio, nonostante una meravigliosa versione di “In My Life” dei suoi amati Beatles. L’ultimo disco di valore è “Down To Earth” (2001) che ormai dista ventuno ricchi anni dal presente, e l’ultimo veramente eccellente è forse “No More Tears” del 1991.

È quindi ormai quasi consuetudine aspettarsi da Ozzy qualche bella canzone, un disco sufficientemente ascoltabile e, negli anni precedenti i gravi problemi di salute che lo hanno afflitto, anche un bel tour nel quale vengono ignorate totalmente tutte le canzoni del disco nuovo (tranne, occasionalmente, il singolo, che poi scompare dai tour successivi). Del resto, ci siamo sempre detti, la mole di musica straordinaria che, tra Sabbath e carriera solista, ha dato a noi fedeli seguaci e l’instancabile impegno profuso in interminabili tour ripaga certamente la sopportazione di qualche disco sufficientemente ascoltabile.

Patient Number 9 è stato preceduto dall’annuncio del rientro della famiglia Osbourne nella nativa Inghilterra (“I don’t want to be buried in fucking Forest Lawn”, ha detto il sempre sincero Ozzy) dopo venticinque anni in California; ciò, unito alla diagnosi (e conseguente cancellazione di ogni attività) di Morbo di Parkinson nel 2020, ha puntato una strana luce sull’album; luce che, trapelate informazioni sul cast di star previste, è diventata ancora più particolare.

Tony Iommi, Zakk Wylde, Eric Clapton, Jeff Beck, Mike McCready, Josh Homme alla chitarra; Trujillo, Duff e Chas Chaney al basso; Chad Smith e Taylor Hawkins alla batteria, e infine James Poyser dei The Roots alla tastiera: insomma una line-up da sogno (che prevedeva anche Jimmy Page, che ha rifiutato perché la sua traccia – come del resto quasi tutte le altre – sarebbe stata registrata separatamente e non in una jam in studio) che sembra dare quasi un senso di conclusione.

Già dal singolo – l’omonima traccia nella quale Jeff Beck dimostra in maniera abbastanza eclatante il perché sia considerato tra i migliori di sempre – è evidente che non ci troviamo davanti al solito token per iniziare un altro tour: radiofonico da morire ma allo stesso tempo con un riff potente e non scontato, suono di batteria e basso (curato, come il resto della produzione, da Andrew Watt) quasi sabbathiani e un ritornello pericolosamente vicino alla perfezione. No, non sarà una di quelle volte in cui sopportiamo con pazienza un nuovo set di canzoni non eclatanti.

E i due partner di una vita, Tony Iommi e Zakk Wylde, si prodigano qui in pezzi estremamente validi (vi segnaliamo l’eccellente Parasite per Wylde e l’altrettanto strepitosa Degradation Rules per il maestro Iommi, nella quale Ozzy si consente anche il lusso di un’armonica, come nell’esordio dei Sabbath), che suonano come classici già oggi, così come quella One Of Those Days in cui Clapton dismette i noiosi abiti vestiti negli ultimi anni per tornare in gran forma. E proprio in quest’ultima è facile rintracciare uno dei temi cardine dell’album, la mortalità: “Hey, hey, have I lost my mind? / killing myself but I never die / it’s one of those days that I don’t believe in Jesus”, canta il Principe delle Tenebre nel ritornello, ma non è né la prima né l’ultima volta che il vecchio Ozzy affronta l’argomento, anzi.

L’intero album è permeato da quel misto di ineffabile doom and gloom e quella gioia di vivere che sembra aver tenuto in vita Ozzy contro ogni probabilità per tutti questi anni: Immortal, Dead And Gone, No Escape From Now, God Only Knows… basterebbero solo i titoli per capire dove vuole andare a parare Osbourne, e lo fa con un calore ed un candore che è parte di ciò che l’ha reso unico ed universalmente (o quasi) amato.

Nessun punto debole, neanche la conclusiva Darkside Blues, che sembra quasi una di quelle ghost track per le quali andavamo pazzi negli anni ’90: appare leggera, con un suono totalmente diverso dal resto dell’album, una voce eterea, ed evapora in meno di due minuti. Un ottimo album, che non sappiamo se sarà la fine della carriera in studio di Ozzy, ma certamente, come ci ricorda lui stesso, “I’ll never die / ‘Cause I’m immortal”.

(2022, Epic)

01 Patient Number 9 (feat. Jeff Beck)
02 Immortal (feat. Mike McCready)
03 Parasite (feat. Zakk Wylde)
04 No Escape From Now (feat. Tony Iommi)
05 One Of Those Days (feat. Eric Clapton)
06 A Thousand Shades (feat. Jeff Beck)
07 Mr Darkness (feat. Zakk Wylde)
08 Nothing Feels Right (feat. Zakk Wylde)
09 Evil Shuffle (feat. Zakk Wylde)
10 Degradation Rules (feat. Tony Iommi)
11 Dead And Gone
12 God Only Knows
13 Darkside Blues

IN BREVE: 4/5

Nicola Corsaro
Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.