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Pharrell Williams – G I R L

girlPer Pharrell Williams ho sempre coltivato un’antipatia epidermica sin dai tempi dell’esordio dei suoi N.E.R.D. E’ quella faccia di bronzo, da furbetto di quartiere che vorresti scomporgli a suon di pugni tramutandolo in un quadro cubista dipinto da un pittore cieco. Poi, se ci mettiamo che ha sempre suonato musica distante anni luce dai miei gusti, il cocktail è bello e servito. Per anni ho archiviato la sua esistenza, salvo vederlo ricomparire lo scorso anno insieme ai Daft Punk. Suppongo sappiate tutti come sia andata a finire. Ma forse non sapete che lo scorso anno il signor Williams, oltre a far parlare di sé per il cameo col duo francese, era presente in poco meno la metà dei brani in classifica nella Top 100 americana. Insomma, Pharrell si alza al mattino e in bagno evacua qualche zero sul suo conto in banca. Adesso è il producer più reclamizzato e richiesto della scena pop mondiale, se suoni con lui fai breccia nelle charts.

Inevitabile, però, che Williams si ritagliasse un po’ di spazio e gloria solo per sé e così immette sul mercato il suo secondo album solista a 8 anni di distanza da “In My Mind”. Si chiama G I R L, con tanto di caps-lock e spazi tra le lettere, titolo talmente ricercato che mi chiedo come l’abbia secreto. Facile intuire di cosa parlino le liriche, si pesca a piene mani negli stereotipi da ipermercato tipici del pop marpione di largo consumo. Williams afferma che le canzoni siano un’ode alla donna, dichiarazione che suona come un gracile tentativo di rimandare al mittente le accuse di misoginia piovutegli addosso con il singolo “Blurred Lines” con Robyn Thicke. Al mio paese ‘ste cose si chiama paraculaggine DOC o DOCG, fate vobis.

Spostando il fuoco del discorso sulla qualità della musica inclusa in “G I R L”, dico subito che il risultato complessivo va oltre le aspettative che un rocker possa nutrire. Superata la diffidenza iniziale, ci si imbatte in brani ben costruiti che evidenziano un corredo di influenze che va oltre l’hip hop (qui praticamente assente) degli esordi. Si sentono i Talking Heads nella sgambettante Hunter, i Jackson 5 nel duetto con Justin Timberlake di Brand New, un quasi plagio di Stevie Wonder in Know Who You Are (c’è Alicia Keys al pianoforte).

Senza neanche dirlo, il piatto forte del menu è il successo intercontinentale di Happy, costruito alla perfezione per far breccia: dopo soli 2 secondi entra la voce coi versi, a 25 secondi si imbocca già il ritornello, ripetuto come da copione fino allo spasimo nell’intero brano, ma basterebbe un solo passaggio per ficcarsi in testa. Detto con franchezza, per certi versi supera la tanto osannata “Get Lucky” dei Daft Punk.

Daft Punk che ricambiano il favore comparendo al vocoder in Gust Of Wind, in cui sono presenti gli archi diretti da Hans Zimmer, responsabile anche dell’incipit di Marilyn Monroe, brano che apre l’album con un altro refrain super-catchy.

Mantenendosi più o meno costante per tutto il tragitto, “G I R L” accusa una leggera flessione solo in due episodi sul finale, Lost Queen e It Girl, invero riempitivi e nulla più.

Furbetterie, barbatrucchi e mestiere a parte, Pharrell Williams va oltre le scarse chance concessegli dal pronostico con un disco che si fa ascoltare senza indurre a riflussi gastroesofagei. Non ci si attenda Arte, ogni tanto il cervello va spento e i preconcetti lasciati a casa.

(2014, Columbia)

01 Marilyn Monroe
02 Brand New
03 Hunter
04 Gush
05 Happy
06 Come Get It Bae
07 Gust Of Wind
08 Lost Queen
09 Know Who You Are
10 It Girl

IN BREVE: 3/5

Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.