
La cifra stilistica di Poppy (al secolo Moriah Rose Pereira) è sempre stata una inquieta, disturbante stravaganza. Che fosse la performance artistica dei video sul suo canale YouTube o l’assurdo – e, incredibilmente, riuscito – mix di J-Pop, heavy metal e industrial di “I Disagree” (2020), una genuina vena di folle originalità ne ha attraversato i lavori, rendendoli piccole, assurde gemme in una montagna enorme di blandi, noiosi sassi tutti uguali. Sembrava una raffigurazione di un futuro distopico, parallelo o non troppo lontano, asettico e conturbante. Raffigurazione che ha riproposto con “Improbably Poppy”, una web series con la quale l’artista americana è tornata a produrre contenuti audiovisivi nel 2024, discretamente più dark di “I’m Poppy” (ampia serie di short con i quali Poppy arrivò al successo nel 2018), ma che, tuttavia, non è stata seguita con lo stesso passo dalla produzione musicale.
Questo Empty Hands è un seguito non solo temporale ma anche logico di “Negative Spaces” del 2024: con esso condivide la produzione dell’ex Bring Me The Horizon Jordan Fish e un certo gusto metalcore e pop che quest’ultimo ha portato. Nella limatura degli spigoli, tuttavia, si è un po’ tutto arrotondato; era già evidente in “Negative Spaces” (comunque un discreto album) una ripulitura dalla stranezza, e in “Empty Hands” viene quasi totalmente sterilizzata per suonare come tanti altri.
Esempio cardine del problema è Guardian: riff di un accordo sul quale si innesta la voce melodica; dopo qualche battuta parte la band a riempire; si decolla nel ritornello introdotto da un brevissimo break. Una struttura e un sound talmente standardizzato che potrebbe essere una qualunque band metalcore con voce femminile. Né funziona meglio il verso elettronico di Unravel (al quale non giova la giustapposizione di un altro ritornello estremamente simile al precedente citato) o la gran parte dell’album, dove il talento della cantante passa dallo scream a un ritornello melodico senza battere ciglio, e neanche una band di tutto rispetto.
Ci sono degli appigli interessanti: quelli lontani da qualunque sound di quel metal da supermercato come i brevi intermezzi elettronici, molto interessanti (Blink e Constantly Nowhere) o la conclusiva title track, nella quale si vira, senza concessioni, verso il djent, e non con qualche inserto come in If We’re Following The Light, ma per l’intero pezzo. Ma questi appigli sono limitati o sovrastati da un blocco di metal da radio, ordinario e sostituibile con qualunque altro pezzo di qualunque altra band del genere, ed è principalmente la produzione a condurre “Empty Hands” su questa strada. In attesa che Poppy incrementi la sua innata imprevedibilità fino ad innalzarla a livelli consoni al suo talento, l’album giova poco al suo percorso artistico. Seppur potrebbe trovare il suo spazio sulle ormai innumerevoli radio alternative (?) rock del suo disperato paese.
2026 | Sumerian
IN BREVE: 2/5


