Home RECENSIONI Rose Kemp – Unholy Majesty

Rose Kemp – Unholy Majesty

Son sempre gli artisti più indefinibili, quelli che se ne infischiano dei confini tra generi e che si prefiggono di travalicarli, quelli che riescono ad affascinare l’ascoltatore, conducendolo in un mondo di forme mutevoli che si compenetrano. Rose Kemp affonda le sue radici artistiche nelle desolate piane del cantautorato folk, riecheggiando spesso la cupa natura di un altro asso della scena, la bravissima Faun Fables. Ma c’è qualcosa di più nella Kemp. Se Faun Fables flirta spesso e volentieri con l’avant-rock (non a caso suo mentore e collaboratore è Nils Frikhdal degli Sleepytime Gorilla Museum), la giovane Rose guarda con notevole interesse al mondo post-metal, versante post-core. Alcuni toni grevi, quegli ispessimenti scaturiti da imperiose distorsioni vengono proprio da quel mondo. Basti sentire l’iniziale Dirty Glow, i cui ascendenti astrali sono senza dubbio Neurosis ed Earth, così come da questi ultimi provengono i lenti risvolti di Bitter And Sweet. I riff vengono lasciati a sfilacciare e spargersi tutt’intorno, magari supportati da sostegni di Hammond che sottolineano l’etimo heavy-psychedelic di non pochi elementi (Vacancies). Oltre a vorticosi istanti di rilascio in Unholy Majesty (terza prova su lunga distanza per la cantautrice, figlia d’arte: i genitori militano tutt’oggi negli Steeley Span, il padre al basso, la madre alla voce) trovano spazio anche emozioni più ponderate e riflessive come il pianoforte e gli archi di Flawless riescono efficacemente a dimostrare. La voce di Rose sa essere suadente oppure austera con fare declamatorio a seconda di come il brano possa essere accompagnato e dove possa essere condotto. Nature’s Hymn quindi ha un che di lievemente fiabesco, rimanendo sospesa prima di gettare l’occhio e lo spirito verso il progressive settantiano. Si è trasportati in uno strano pianeta fatto di fiori coloratissimi che d’improvviso appassiscono, di sorrisi lucenti che, d’un tratto, si tramutano in isterici pianti che inondano la stanza. Wholeness Sounds abita nella penombra della malinconia e offusca il sole, trasformandolo in insignificante alone dietro le cineree nubi. Si informa così il contrasto tra il timbro vocale, totalmente scevro di corrosioni, ed i vischiosi tessuti sonori. Ed è da manuale The Unholy, compendio perfetto di ogni pulsione interna dell’intero lavoro, dove l’hard-prog diventa rampa di lancio per un viaggio di quasi dieci minuti che cola verso il nocciolo primordiale per poi riemergere solenne, ripulito d’ogni impurità e dirigersi in su, estinguendosi negli anfratti più bui del cosmo. Dopo il meraviglioso “Portal” di Alexander Tucker, il 2008 ha trovato un nuovo grande album ed una grandissima artista nell’emisfero folk contemporaneo.

(2008, One Little Indian)

01 Dirty Glow
02 Nanny’s World
03 Bitter And Sweet
04 Flawless
05 Saturday Night
06 Nature’s Hymn
07 Wholeness Sounds
08 Vacancies
09 Milky White
10 The Unholy

A cura di Marco Giarratana