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The Black Keys – Ohio Players

C’è stato un momento nella carriera dei Black Keys nel quale sembravano aver perso la via; quel momento che sembrava la parte finale del secondo atto di una sceneggiatura banale su una rock band, la classica discesa negli inferi dopo le altissime vette (qualitative e di successo) raggiunte con “Brothers” (2010) e soprattutto “El Camino” (2011). “Turn Blue” (2014) sembrava averli messi in una sorta di impasse che li portò a un breve break, seguito dal ritorno con “Let’s Rock” (2019) che faceva pensare a tutto fuorché ad un’uscita da quell’impasse. In realtà, al netto del fatto che l’altissimo livello delle uscite successive (soprattutto la raccolta di cover “Delta Kream” del 2021 con la quale ci hanno deliziato durante i momenti bui della pandemia) lasciano tranquilli sullo stato di forma di Carney e Auerbach, riascoltare oggi quel periodo della loro carriera considerato il loro punto più basso lascia perplessi: “Turn Blue” e “Let’s Rock” sono certamente ottimi dischi, godibili e anche straordinariamente radiofonici. E allora forse può farsi la considerazione che, come accade nella vita per le persone, anche per le band e i dischi si dovrebbe ragionare più su quello che valgono e quello che sono che su quello che ci aspettiamo che siano.

Complice forse anche la penuria di grandi rock band mainstream in un mondo in cui il rock mainstream parla più alle generazioni cresciute negli anni ’90 e decenni antecedenti che a chi realmente, da sempre, decide le sorti del mercato (giovani uomini e soprattutto giovani donne, come accade dall’età dello swing in poi, e forse anche prima), sui Black Keys c’è una aspettativa che è comparabile a quella che potrebbe avere un grande generale di un’armata ferita. “Portaci alla vittoria, oh fine stratega, affinché le forze del male della trap e di Maluma siano infine sconfitte, e noi vecchi di merda possiamo sentirci giovani ancora una volta!”. E, invece, non c’è nessuna cazzo di guerra – neanche quella intestina, nella quale i Maneskin e i Greta Van Fleet guidano i malumori delle forze interne – ma solo diverse generazioni, musica diversa, modi di sentire la vita e la musica differenti.

E poi ci sono due ragazzi, come noi non più particolarmente giovani, che continuano a fare musica di altissimo livello e si prendono molto meno sul serio di quanto non possa fare l’esercito del “ruoooock!!”, come dimostra l’esilarante video da loro pubblicato su Facebook come reazione alle diverse recensioni del nuovo Ohio Players.  E “Ohio Players”, nonostante sia anch’esso come i suoi predecessori estremamente radiofonico, e dalle amabili concessioni pop (come la deliziosa On The Game, scritta e suonata con un Noel Gallagher ultimamente in ottima forma), dai suoni familiari curati ancora una volta dalla band, stavolta con Dan “The Automator” Nakamura, avrà bisogno di una cosa che forse realmente è l’unica cosa di cui avere nostalgia nel mondo della musica moderna: un ascolto attento, dedicato, appassionato, prolungato, ripetuto. Come si faceva una volta, quando un album nuovo costava cifre ragguardevoli e quindi, bello o brutto che fosse, catalizzava la nostra attenzione per un lasso di tempo assai superiore ad un ascolto distratto in modalità shuffle. Dannazione, ecco la nostalgia dei bei tempi che furono!

I brani migliori di quello che è il dodicesimo album di studio della band di Akron sono quelli in collaborazione con un altro figlio di un passato ormai più lontano, Beck Hansen. E se pensate che quel passato non sia poi così lontano, chiudete gli occhi e fatevi leggere questa frase da qualcuno: è passata la stessa quantità di tempo da “Mellow Gold” a oggi di quanta ne fosse passata da “A Hard Day’s Night” dei Beatles a quando uscì “Mellow Gold”. Ma non è la nostalgia la qualità di questi brani, nonostante l’ottima Paper Crown, nella quale Beck è voce principale, sembri uscita da “Odelay!”; semplicemente, brani come la breve Live Till I Die o l’apripista This Is Nowhere sono solo ottimi brani, come la grandissima parte di questo album. Dimentichiamoci di guerre generazionali, ché di merdose guerre ce ne sono abbastanza al momento al mondo, e pensiamo, in quanto vecchi di merda, a insegnare a ridare centralità alla musica (quella affine al nostro vissuto, ma anche quella che non capiamo, non ci piace, non parla a noi) a chi in questo momento la musica la vive in maniera compatibile con i mezzi del nostro tempo, forse eccessivamente superficiali e veloci.

2024 | Nonesuch

IN BREVE: 4/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.