#MySong: “Let Go Ego”, Ulan Bator

Let Go Ego
Ulan Bator
“Ego:Echo”, 2000

Quel finestrone è così alto che non ci arriverebbe a chiuderlo neanche in punta di piedi e non ha tende che lo schermino dal sole. È un finestrone aperto verso un giardino grosso e annaffiato di fresco. Lui è seduto s’un letto bianco dalle coperte grezze. E bianchi sono anche i suoi vestiti: una specie di pigiama sdrucito, una specie di sudario. La sua stanza è un cubo vuoto dalle pareti spoglie; solo il letto e un catino dove sputare durante la notte, rompono l’anonimato. Lui si alza. Emette un lamento che rimbomba nei vuoti. Fuori dalla finestra un mucchio di gente sta a guardarlo quasi fosse una cavia da laboratorio. Lui non capisce, cerca uno specchio, ma si deve accontentare dei suoi polpastrelli: si percorre il volto, la testa rasata, cerca la sua faccia, cerca un’identità che non ricorda. Fuori quella gente ride, si sganascia. Lui si alza di colpo e si fionda addosso al vetro che lo fa rimbalzare senza pietà. Ora ha una mano ferita. Ma almeno il sangue colora quel bianco così disinfettato. “Ego, let go, ego” – inizia a mormorare, prima lentamente poi sempre più velocemente. EGO LET GO, EGO. Le urla si alzano. Fuori la gente non ride più. “Forza, ego! Dammi un segnale, fammi sentire che ci sei, ricordami chi sei, ricordami chi sono!”. È un ballo africano il suo, una danza primitiva, il letto diventa un totem, la stanza si fa universo. Si spalanca la porta con la violenza di una chitarra elettrica. Entrano degli uomini. Lui non smette di strillare, le parole gli fanno eco. Il sangue scrive una scia sul pavimento. Fino all’ingresso di un enorme padiglione. Poi le sue parole iniziano a strozzarlo e a premerlo sul petto. Come una impietosa camicia di forza.