Ghemon: «L’ambizione è fare un genere tutto mio»

ghemonintervistaTra le sorprese più gradite partorite dal panorama italico di quest’anno c’è senza alcun dubbio il terzo album in studio di Gianluca Picariello in arte Ghemon. Hip hop il suo, certamente, ma anche tanto altro, a partire da testi vicini al cantautorato e da una vera band alle spalle composta – giusto per fare qualche nome – da Enrico Gabrielli (Calibro 35) e Rodrigo D’Erasmo (Afterhours). Tutto ciò ha fatto di “ORCHIdee”, questo il titolo del lavoro, uno degli album più sorprendenti del 2014, tanto che il pubblico del rapper campano è esponenzialmente aumentato così come l’attenzione rivoltagli tanto dai media quanto dai colleghi, anche da quelli con le chitarre fra le braccia. Gianluca ha risposto a qualche nostra domanda per approfondire un po’ il lavoro fatto su/per “ORCHIdee”.

Gianluca, cominciamo dal tuo “ORCHIdee”, un lavoro che rappresenta in qualche modo una “novità” per l’hip hop italiano, perché è stato interamente suonato invece che creato con i classici samples usati per il genere. Dove nasce l’idea di costruire un disco di questa natura?
Nasce dal fatto che quest’esigenza c’è sempre stata, crescendo è aumentata la voglia di creare una mia strada, un mio modo in cui riuscire a far confluire tutte le cose che ascoltavo. Io vengo dall’hip hop ed è evidente, ma non volevo che fosse il mio unico e solo marchio di fabbrica, ho accumulato talmente tanti ascolti che credevo fosse necessario, come dovrebbe sempre succedere quando si fa arte, cercare di mescolare le mie influenze per tirare fuori qualcosa di nuovo. Cosi è nato “ORCHIdee”, cercando di portare qualcosa di inedito, di originale.

La voglia di far suonare interamente il disco da una band è nata prima dell’album stesso, e quindi avevi anche un’idea di quelle che potevano essere le strutture musicali dei brani, oppure ti sei fatto aiutare e consigliare dai musicisti che hanno registrato con te l’album?
Era un’idea mia, nata principalmente da un’esigenza che avevo e che era lì da anni. Ogni tanto mi capitava di fare qualcosina dal vivo, ma non riuscivo a mettere in piedi un progetto discografico che vertesse interamente su quello. Certo, anche la scrittura delle canzoni cambia quando c’è una band dietro, però è nata da un’esigenza propriamente mia. Poi i musicisti che sono arrivati dopo i consigli li hanno dati lo stesso, perché erano i migliori in circolazione, quindi da quel punto di vista sono stato fortunato.

Nel tuo songwriting c’è tanto del cantautorato italiano, non prevede il classico slang stereotipato dell’hip hop, c’è una certa classe nelle lyrics, anche quando parli di amore o di amicizie tradite non vai mai sopra le righe e mantieni sempre un low profile. Da questo punto di vista quali sono stati i tuoi punti di riferimento?
Guarda, i più diversi, a me piacciono le cose eleganti, io sono ipnotizzato quando sento Frank Sinatra. Ma anche nell’hip hop ci sono tante cose estremamente eleganti ma altrettanto potenti. Ho a portata di mano l’esempio di una band elegante, ma dall’altro lato musicalmente cazzuta, che sono i The Roots, giusto per dirne una. L’eleganza per loro è all’ordine del giorno. Mi piacciono quel tipo di cose e cerco di farle riflettere in ciò che produco musicalmente. Credo e spero sia quello che avverrà sempre, non credo che vorrò mai cambiare questa cosa di me, cerco di riportare fedelmente ciò che sono nella mia visione musicale e artistica.

Il tuo lavoro è stato apprezzato anche da chi non è avvezzo ad ascolti hip hop. A testimonianza di ciò, sono arrivati riconoscimenti da parte di colleghi di un certo spessore, soprattutto nel panorama rock, vedi Manuel Agnelli che ti ha voluto con sé per la tappa a L’Aquila del festival “Hai Paura Del Buio?”. Immagino la cosa ti faccia piacere. Tu che tipo di rapporto hai instaurato con l’ambiente indie e rock italiano, che in linea teorica non dovrebbe appartenerti più di tanto?
Io sto entrando in punta di piedi, soprattutto perché in quell’ambiente regna lo scetticismo nei confronti di quello hip hop cosi come in quello hip hop regna lo scetticismo nei confronti di quello indie. Sto entrando in punta di piedi perché, anche se sembra la scoperta dell’acqua calda, in fin dei conti la musica la fanno le persone, che vengono prima. Quindi, nel momento in cui ti trovi davanti non un ragazzino borioso ma un uomo come credo di essere io, che viene dall’hip hop ma che ha ascoltato anche altre cose di cui si può parlare, che non ha presunzione e che sa chi è Manuel Agnelli e qual è la sua storia, che non si pone con arroganza, diventa più semplice parlare e trovare punti di contatto fra mondi che sembrano estremamente lontani. Non è solo questione di umiltà, vuol dire avere una mentalità aperta. Ripeto, non credo di aver scoperto l’acqua calda, ma per quello che mi riguarda mi sembra sia andata abbastanza bene.

Le tue storie sono raccontate in prima persona, inevitabilmente c’è molto di autobiografico, ma sei riuscito a dare un tocco di trasversalità, ciascun ascoltatore riesce ad immedesimarsi con facilità nei tuoi testi. E’ una cosa che percepisci questa, parlando con la gente che viene ai tuoi concerti?
E’ una cosa che mi dicono spesso, ma per non montarmi la testa faccio finta di non sentirla… la mia è una battuta, però la verità è che l’obiettivo di chi scrive, a parte farlo per esigenza, per sistemare delle cose che si hanno nella testa e nel cuore, è quello di scrivere canzoni per sé stessi ma poi portarle agli altri, farle diventare degli altri. Se la gente si può rispecchiare vuol dire che il mio lavoro è stato fatto bene, che il mio sforzo creativo è stato fatto come si doveva. Sono contento di ciò, perché quello che voleva essere un disco che doveva parlare a tutti quanti sta diventando così trasversale che persone che vengono da ambienti diversi e fasce d’età diverse si stanno immedesimando. Mi è capitato di avere ai concerti quarantenni o anche over quaranta, ricevere complimenti da loro per me è solo positivo e quantomeno dimostriamo che anche qualcosa che viene dell’hip hop può non essere solamente per under diciotto. Per il resto la musica parla alle persone ed è quella la cosa principale, che ci si possa rispecchiare.

Uno dei punti di riferimento che saltano all’orecchio ascoltando “ORCHIdee” è un personaggio come Neffa, che credo sia molto nelle corde del tuo disco. Come ti immagini fra dieci anni, credi di poter trasportare la tua esperienza nell’hip hop in una dimensione cantautorale, giusto per avvicinarsi ancora un po’ al percorso di Neffa?
Credo che lui abbia sicuramente contribuito alla mia formazione quando ero più piccolo e che entrambi abbiamo avuto una serie di intuizioni, siamo stati fulminati dallo stesso genere di cose. Ci conosciamo di persona e l’ho verificato più di una volta, hanno cambiato la nostra concezione musicale cose molto simili. Io spero di poter avere sempre una via originale, è come una ricetta, come un piatto cucinato da un bravo cuoco: puoi sentire il retrogusto di una spezia o dell’altra, però alla base c’è una ricetta nuova. In futuro spero di andare verso la strada di Ghemon e basta.

Un’ultima domanda, magari un po’ provocatoria: se dovessi incasellare il tuo album nei classici scaffali dei negozi di dischi, in che settore, sotto quale genere lo catalogheresti?
Non è semplice… facciamo che lo mettiamo nel settore Ghemon, un settore a parte…

Molto ambiziosa come cosa…
Ambiziosa, con una punta di ironia anche presuntuosa, però è così, rispecchia le cose per cui mi sono appassionato tanto musicalmente. A parte ciò che rientra in uno specifico genere, perché non puoi non dire che Stevie Wonder sia soul o che Gilberto Gil sia brasiliano, avresti saputo dove mettere i Casino Royale? Ci voleva un genere a parte per ciò che stavano facendo, erano un po’ di tutto. Io sono affascinato da questo e la mia ambizione è che le persone possano sempre dire “è un po’ questo, è un po’ quello… diciamo che fa un genere tutto suo”. Questa è la mia ambizione.