AFI – AFI (The Blood Album)

Il giorno in cui definire un genere musicale “emo” mutò il suo significato dalla scena di Washington, DC (Rites Of Spring, Embrace) per qualificare una sorta di punk rock scritto col culo e affine per temi agli Smiths, ma senza avere neanche lontanamente le qualità che duole riconoscere a Morrissey nel generare malinconia attraverso grandi interpretazioni e testi eccellenti, quello fu un giorno triste per la musica e la società civile. Siate stramaledetti, Jawbreaker!

Siate stramaledetti perché è anche a causa vostra che oggi dobbiamo sorbirci AFI (The Blood Album), il “grande ritorno” degli AFI, un tempo multiplatino e prodotti da Butch Vig ma ormai da anni contenti della propria cerchia di fan affezionati (che, ammettiamolo a malincuore, non sono mica pochi). Per l’occasione assistiti dal sempre competente Gil Norton, che assembla un suono limpido e radio-ready, gli AFI mostrano da tutte le prospettive i loro tatuaggi e capigliature improbabili per dimostrarci che c’è il lato emo, le influenze di Cure e Smiths, il pop punk e anche un accenno delle radici più hardcore che costituivano l’essenza degli AFI pre major.

Mentre nella redazione di Kerrang! stanno preparandosi all’evento con crema idratante e fazzoletti kleenex in abbondanza, come si compete a ogni quattordicenne americano che si rispetti (gli italiani sono meno proni al consumismo e si arrangiano col rotolone Regina), noi siamo meno eccitati e al pensiero di ascoltare roba come Dumb Kids diventiamo un po’ emo anche noi, solo che invece di tagliuzzarci la pelle sbattiamo la testa sul muro a ritmo di quarantenni che fanno musica da diciottenni per i loro fan ormai trentenni.

(2017, Concord)

01 Dark Snow
02 Still A Stranger
03 Aurelia
04 Hidden Knives
05 Get Hurt
06 Above The Bridge
07 So Beneath You
08 Snow Cats
09 Dumb Kids
10 Pink Eyes
11 Feed From The Floor
12 White Offerings
13 She Speaks The Language
14 The Wind That Carries Me Away

IN BREVE: 1/5

A proposito dell'autore

Nicola Corsaro

Musicista fallito come quasi tutti i critici, vittima dello stereotipo “sesso, droga e roccherolle” come tutti i beoti. Affetto da disordine ossessivo compulsivo, colleziona e archivia musica da quando aveva otto anni e ne scrive da una quindicina. Vive a Londra e scrive su Il Cibicida da un discreto numero di anni, che ricorderebbe con più precisione se non si drogasse.

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