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Bush – The Kingdom

La definizione “band anni Novanta” non è mai andata giù al frontman dei Bush Gavin Rossdale, poiché nei loro riguardi è sempre stata usata per banalizzare il loro operato o come a voler intendere che fossero solo la brutta copia di qualcun altro. Tra i gruppi nati nel segno del post grunge, il loro è certamente uno dei più bistrattati e divisori di sempre. Tuttavia, se “Sixteen Stone” (1994) e il suo successore “Razorblade Suitcase” (1996) riuscirono a far riscuotere un grande successo alla band inglese, gli album post reunion possono essere visti come una discesa fino alla figura più barbina della carriera, alla quale non è facile porre rimedio. Senza usare mezzi termini, “Black And White Rainbows” (2017) è davvero brutto e a guardare la copertina di The Kingdom si è portati a pensare che quest’ultimo lavoro possa essere solo peggio. Fortunatamente non è così.

Dopo aver preso parte a numerosi festival hard rock ed heavy metal negli ultimi due anni, la band ha scelto di adottare un sound più pesante, inserendo diversi richiami all’hard rock dei dischi d’esordio e realizzando brani catchy e adatti alle arene rock, il tutto senza evocare un’eccessiva nostalgia. I testi non seguono un vero e proprio filo conduttore e rappresentano in alcuni casi il tallone d’Achille del gruppo (o perlomeno del songwriter Rossdale). Il disco si apre in pompa magna con l’ottima Flowers On A Grave, traccia radio-friendly pubblicata a Marzo, prosegue con la title track, la più dura The Kingdom, e continua con Bullet Holes, scritta insieme al compositore Tyler Bates e apparsa lo scorso anno nella colonna sonora di “John Wick: Chapter 3 – Parabellum”.

La ribelle Ghosts In The Machine ricorda brani appartenenti a “The Science Of Things” (1999) e incorpora abilmente melodie e riff pesanti, mentre in Blood River, che rappresenta un altro dei momenti migliori del disco, il protagonista principale è il chitarrista Chris Traynor. Le seguono la solida e precisaQuicksand in cui emerge la figura del batterista Gil Sharone, che ha registrato l’album al posto di Robin Goodridge (sostituito ormai stabilmente da Nik Hughes nella formazione attuale), e Send In The Clowns, le quali segnano la metà del disco. L’atmosfera cambia totalmente con la più quieta e melodica ballad Undone, per poi rialzare i toni con Our Time Will Come. Il trittico finale vede susseguirsi CrossroadsWords Are Not Impediments e la conclusiva Falling Away, che riprendono i passi delle tracce centrali, purtroppo con una minore incisività, risultando senza infamia e senza lode.

“The Kingdom” rende indubbiamente felici i fan del gruppo, è coerente e non privo di momenti di spicco e buoni spunti, anche se un po’ sbilanciato, poiché questi sono concentrati in particolar modo nella prima parte, mentre la seconda si perde un pochino nelle sonorità adottate dalla band, senza aggiungere molto di più. Si lascia comunque ascoltare senza problemi e invoglia a sentire Gavin e soci dal vivo (appena possibile).

(2020, BMG)

01 Flowers On A Grave
02 The Kingdom
03 Bullet Holes
04 Ghosts In The Machine
05 Blood River
06 Quicksand
07 Send In The Clowns
08 Undone
09 Our Time Will Come
10 Crossroads
11 Words Are Not Impediments
12 Falling Away

IN BREVE: 3/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.