Cloud Nothings – Life Without Sound

Si può dire molto dei Cloud Nothings di Dylan Baldi, ma di certo non che siano ripetitivi. Si muovono all’interno di uno spazio musicale non particolarmente ampio, è vero; ma, all’interno di quello scibile, cercano quanto più è possibile di giocare con suoni e strutture per ottenere, di volta in volta, risultati specifici.

Power pop, pop punk, indie rock, post hardcore, sono tutte etichette che sono state in varie occasioni appioppate alla band di Baldi, spesso non a torto, e derivano da variazioni più o meno rilevanti del suono dei Cloud Nothings che, di fatto, li hanno fatti oscillare da un lato all’altro della barricata, dal lo-fi sfrenato con Steve Albini ai suoni pop di “Cloud Nothings”, passando per l’indie di “Turning On”. Qui siede in cabina di regia John Goodmanson, che smussa gli angoli e pulisce i suoni, conferendo alla furia adolescenziale dei Cloud Nothings, già smussata per conto suo dalla maturità, un suono più gentile, come nell’apripista Up To The Surface.

Ma questa leggerezza, gradevole nell’immediato, si trasforma molto presto in American Pie con Things Are Right With You e si conferma dalle parti della colonna sonora da teen comedy con Internal World o Modern Act. E se è vero come non si possa rimproverare ai Cloud Nothings di essere ripetitivi, è altrettanto inconfutabile come definirli “originali” sia impossibile: saranno i soli 25 anni di Baldi, ma dietro a ogni nuovo suono sembra celarsi una band (o meglio, più di una: qui i Death Cab For Cutie già prodotti dallo stesso Goodmanson e i Weezer sembrano i numi tutelari prescelti).

In questo caso, la maturità aiuta a non rendere Life Without Sound una noiosa ragazzinata: la conclusiva Realize My Fate, ruvida e dissonante, li riporta nell’ambito che gli è sinora riuscito meglio ma coniugandolo alle aperture del disco. Darkened Rings funziona per tutti i motivi per cui non funziona il resto, ovvero un riff semplice ed efficace e un hook vocale graffiante e memorabile che rischia di bruciarsi durante i tre minuti e mezzo del pezzo in cui viene ripetuto ossessivamente, come spesso accade in quest’album, ma pur camminando in bilico mantiene un equilibrio assolutamente perfetto.

Sfortunatamente, è la banalità di pezzi come Internal World (con il ritornello di infernale insipidezza post-pubertà “I’m not the one who’s always right”) a prevalere, quindi anche a questo giro dovremo attendere Godot Baldi, sperando che alla prossima esprima ciò che, a tratti, mostra in ogni sua uscita.

(2017, Carpark / Wichita)

01 Up To The Surface
02 Things Are Right With You
03 Internal World
04 Darkened Rings
05 Enter Entirely
06 Modern Act
07 Sight Unseen
08 Strange Year
09 Realize My Fate

IN BREVE: 2,5/5