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Doves – The Universal Want

Dopo essersi dedicati per un decennio ai loro progetti solisti e a undici anni dal valido “Kingdom Of Rust” (2009), i Doves sono tornati sulle scene con il loro quinto album in studio, forse uno dei più riflessivi insieme all’esordio “Lost Souls” (2000). Riunitasi nel 2019 per partecipare a un concerto benefico, la band formata dai gemelli Jez e Andy Williams, rispettivamente chitarra e batteria, e Jimi Goodwin al basso, forte del plauso ricevuto per la performance aveva deciso di aggiungere altre date dal vivo e ricominciare a lavorare a nuova musica.

A detta dei musicisti, il processo creativo si è rivelato più facile che in passato, poiché vi era la possibilità di fare il punto della situazione, oltre a una gran quantità di idee ed esperienze alle spalle dei singoli, i cui segni si riscontrano nei temi affrontati nei testi: il senso di claustrofobia e il tentativo di mantenere viva la speranza in attesa di qualcosa di nuovo e migliore, argomenti trattati dal gruppo anche nei precedenti lavori, si sommano al senso di malinconia incombente dei ricordi passati e a quello del vuoto, oltre che alla difficoltà di comunicazione tipica della nostra epoca. Le sonorità oscillano tra neo psichedelia e dream pop con l’aggiunta di numerosi elementi che spaziano dal funk al folk, fino al synthpop, all’house e allo space rock. La scelta azzeccata dell’artwork è caduta su alcune immagini scattate dalla fotografa finlandese Maria Lax, trovate da Goodwin nel suo libro fotografico “Some Kind Of Heavenly Fire”, rompendo così il tradizionale sodalizio con Rick Myers, con il quale avevano collaborato per i progetti precedenti.

L’atmosferica Carousels apre il disco, iniziando idealmente un viaggio nel tempo: oltre a ricordare un luogo di vacanza frequentato dalla band in passato, nel quale ha mosso i primi passi nel mondo della musica, omaggia Tony Allen, al quale appartengono gli ipnotici giri di batteria campionata. La seguono i ritmi incalzanti e la chitarra folk di accompagnamento di I Will Not Hide e l’interessante Broken Eyes, che strizza l’occhio alle sonorità indie pop/rock a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, tanto da ricordare vagamente “There Is A Light That Never Goes Out” degli Smiths nel finale ripetitivo, ma immersa nelle atmosfere dei primi Oasis di “Definitely Maybe” (1994). Speranze e sogni sono nuovamente protagonisti della catartica For Tomorrow, il cui sound e i riff di chitarra sembrano provenire direttamente dal rock progressivo di inizio seventies.

Emozioni e interiorità sono al centro della più claustrofobica e futuristica Cathedrals Of The Mind, giocata principalmente sui synth, così come dei ritmi serrati di Prisoners, che parla della salute mentale, del sentirsi intrappolati nei propri pensieri e comportamenti, ed è caratterizzata da riff taglienti contrapposti alla dolcezza di archi appena accennati. Chitarre e archi si affiancano anche nella successiva Cycle Of Hurt, dettaglio che rimanda a brani di “Urban Hymns” (1997) dei Verve, il tutto unito a elementi tipici dell’house, presenti in maniera più evidente anche nella speranzosa Mother Silver Lake. Il disco giunge alle battute finali smorzando i toni con l’intro riflessivo di Universal Want, concludendosi con la quiete e l’attesa di un nuovo giorno, espressa nella minimale Forest House.

The Universal Want segna un ottimo ritorno per il trio di Wilmslow che, attraverso un’analisi meticolosa abbinata a un sound ricercato, ripercorre alcuni istanti delle vite dei membri del gruppo attraverso una serie di flashback, in equilibrio tra nostalgia e speranza, sorprendendo ad ogni passaggio.

(2020, Virgin/EMI)

01 Carousels
02 I Will Not Hide
03 Broken Eyes
04 For Tomorrow
05 Cathedrals Of The Mind
06 Prisoners
07 Cycle Of Hurt
08 Mother Silver Lake
09 Universal Want
10 Forest House

IN BREVE: 4/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.