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Echo & The Bunnymen – Meteorites

metoritesSfruttare una sigla che col trascorrere degli anni è diventata di culto rende piuttosto bene, almeno nel breve periodo (leggasi: per i live seguenti ogni uscita). Ci pare questo un brocardo difficilmente contestabile. Va da sé, però, che quantomeno il minimo comune multiplo di quella sigla vada mantenuto intatto, lì sullo sfondo a dare sicurezza, altrimenti che senso ha continuare a licenziare dischi sotto un’egida cui non appartiene più nulla di ciò che è stato?

Domandiamolo a Ian McCulloch, una delle voci migliori della new wave, che si ostina da qualche anno a questa parte a partorire lavori praticamente da solista, firmandoli però a nome Echo & The Bunnymen, una firma con un appeal decisamente più elevato di quella autografa del seppur noto McCulloch. Ma ad appeal elevato corrispondono aspettative elevate, anche questo è un dato inconfutabile e Ian dovrebbe saperlo.

Dopo il trascurabile “Flowers” (2001), l’anonimo “Siberia” (2005) e il più che deludente “The Fountain” (2009) arriva adesso questo Meteorites. Dei Bunnymen originari non c’è rimasto nessuno, c’è il solo Will Sergeant alla chitarra, relegato a un ruolo di session man che di produttivo ha davvero poco (infatti le motivazioni non devono essere state granché, a sentire il risultato). Ma McCulloch almeno una cosa stavolta l’ha azzeccata, ovvero il titolo: meteoriti, quei sassi enormi che vengono da lontanissimo e cascano sulla terra distruggendo tutto. Perché le dieci tracce che compongono il disco altro non sono che qualcosa di tremendamente antico, svestite dell’abito buono e attualizzate a un sound più vicino ai nostri giorni e davvero poco nelle corde dei Bunnymen: il risultato non può che essere la devastazione (non esageriamo, diciamo che si tratta solo di brani privi di alcun mordente).

Lovers On The Run ha quantomeno il languore dei bei tempi e per questo merita la palma di miglior traccia del lotto. Il resto è materiale che strizza l’occhio ai Coldplay più melensi (dopo “The Fountain” McCulloch e Martin devono essere rimasti in contatto), come nel caso della title track che apre l’album. Fa il verso a certo brit rock senza averne la stoffa adatta (vedi Market Town), fa il verso in modo ancor più sfacciato agli U2 (vedi l’imbarazzante refrain di Holy Moses), prova a rinverdire i fasti di “The Killing Moon” con altri ritornelli ossessivi ma non per questo parimenti ficcanti (vedi Burn It Down) e, in definitiva, non presenta un solo passaggio degno di nota oltre alla già citata “Lovers On The Run”.

Se McCulloch avesse tirato fuori un album del genere come nuovo capitolo di una carriera in solitario – peraltro già avviata da tempo – gliel’avremmo anche perdonato. Ma così, svenduto come l’ennesimo gioco al ribasso dei suoi Bunnymen e presentato come “il miglior lavoro della band da tanto tempo a questa parte”, testuali parole, risulta oltremodo urtante. Basta così, ne abbiamo avuto davvero abbastanza.

(2014, 429 Records)

01 Meteorites
02 Holy Moses
03 Constantinople
04 Is This A Breakdown?
05 Grapes Upon The Vine
06 Lovers On The Run
07 Burn It Down
08 Explosions
09 Market Town
10 New Horizons

IN BREVE: 1,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.