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Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters

Venerdì 17 Aprile 2020: è di oggi la fotografia di alcuni leoni che, in Sudafrica, hanno preso possesso di una strada – asfaltata – per fare un pisolino. Uno dei tanti cortocircuiti che ci sta donando quest’esperienza surreale, in immagini. Poco di surreale, invece, c’è negli splendidi doni che la musica – forse più d’ogni altra arte – sta facendo coincidere col periodo. Due inediti di Bob Dylan, ad esempio. L’uscita anticipata dell’ultima fatica di Laura Marling. Tonnellate di cover, livestream e pensieri – come quello, in direzione ostinata e contraria, condiviso sui Red Hand Files da Nick Cave.  

Fetch The Bolt Cutters, per ragioni squisitamente anagrafiche, s’inscrive in questo solco con la prepotenza dovuta all’attesa. Otto anni, dall’ultima apparizione discografica di Fiona Apple – e una vita ch’è cambiata. L’isolamento nella casa di Venice Beach anzitutto, insieme studio di registrazione e corpo stesso dei nuovi brani della cantautrice. Sentirete (sono regolarmente accreditati, che ci crediate o no) i suoi cinque cani abbaiare: Mercy, Maddie, Leo, Little e Alfie. Sentirete percussioni home-made, stoviglie, finestre. Sentirete vibrare un luogo come un essere, presente. Sentirete pochi musicisti. Ma sentirete tanta (e tale) musica.

Il titolo dell’opera è una battuta presa in prestito dalla crime series “The Fall”. C’è una scena in cui la protagonista, interpretata da Gillian Anderson, si trova davanti una porta serrata, oltre la quale una donna ha subito atroci sevizie. Quella porta, in senso dolorosamente figurato, vuole aprirla assolutamente anche Fiona. L’album è un caleidoscopio completamente al femminile, che esplode dal sé al noi agli altri con una ferocia quasi camusiana ma mai, mai incontrollata.

Si faticherebbe immensamente a segnalare episodi maggiori o minori laddove un’artista è così ispirata e tarantolata, morsa da un sacro fuoco che la fa banchettare allegramente con Kate Bush, Tom Waits, Tori Amos, John Lennon e altre divinità politeiste. La title track, per dirne una, ha già il sapore dell’inno globale di tutte le quarantene pandemiche e allegoriche, col suo refrain: “Portami le cesoie, sono stata qui troppo a lungo”

La drammaturgia sonora è sempre esuberante anche nei suoi apici drammatici, mai lacrimosa né spenta, mai mielosa o condiscendente. C’è da innamorarsi di Under The Table al primo ascolto, d’applaudire immediatamente l’acuminata ironia sardonica di Ladies, da fermarsi – lo leggerete ovunque – dinanzi al ribaltamento della celeberrima “Good Morning”, da “Singing In The Rain”, attuato e accennato nel potentissimo inciso di For Her“Good morning! Good morning! You raped me in the same bed your daughter was born in”.

“Fetch The Bolt Cutters” è il manifesto di un decennio di riaffermazione femminile, splendidamente suonato da una (Nostra) Signora la cui esistenza stessa è lontana dallo stereotipo. È un mosaico che andrà premiato e ascoltato al di là dei meriti (inopinabili) prettamente compositivi. È un ritorno alle scene pesante che contribuisce, ci auguriamo, non soltanto a tracciare una linea in termini artistici: ma sociali, morali e – speriamo un giorno – normali.

(2020, Epic)

01 I Want You To Love Me
02 Shameika
03 Fetch The Bolt Cutters
04 Under The Table
05 Relay
06 Rack Of His
07 Newspaper
08 Ladies
09 Heavy Balloon
10 Cosmonauts
11 For Her
12 Drumset
13 On I Go

IN BREVE: 4,5/5

Michele Leonardi
Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.