Lady Gaga – Joanne

joanneLanciata nell’Olimpo del pop che conta grazie a una manciata di hit indubbiamente azzeccate, Lady Gaga ha dimostrato col passare degli anni come quella dimensione le calzasse un po’ stretta o, più semplicemente, non le si addicesse al 100%. Da lì i tentativi di scostarsi da quel mondo, con collaborazioni lussuose (vedi quella col maestro Tony Bennett), frequentazioni/sinergie indie (vedi quella con Kevin Parker dei Tame Impala) e look sempre più sobri (sebbene non meno appariscenti).

Joanne arriva a due anni dal lavoro in coppia con Bennett del 2014 e a tre dall’ultimo in solitaria, “Artpop” del 2013 con le sue stranezze, e non c’è voluto poi molto a coglierne gli obiettivi già a partire dalle fasi di lancio del disco con il singolo Perfect Illusion, punto d’incontro fra la nuova e la vecchia Gaga: la sbandierata collaborazione col già citato Parker e col guru Mark Ronson, un piglio à la Madonna sempre d’effetto e il videoclip ambientato in un immaginario concerto rock.

È dunque questo un album alternative? No, se s’intende che debbano esserci chitarroni, urla, droghe e stereotipi vari ed eventuali. Sì, se invece si considera tale la varietà di spunti qui presenti, il sapersi barcamenare fra diversi registri senza perdere intensità, il saper rischiare senza troppa paura di toppare (cosa che in “Joanne” accade in almeno un paio di passaggi, senza che per questo l’intero lavoro ne risulti inficiato).

Due ballate minimali come Million Reasons e Angel Down pongono l’attenzione sulla voce della Germanotta, troppo spesso sacrificata sull’altare dei suoni sintetici e invece davvero meritevole d’attenzione; A-YO gioca sul filo di un country pop che unisce classico e moderno; Joanne si attesta su un apprezzabile indie rock, con tanto di sezione d’archi; Dancin’ In Circles tira fuori suoni à la M.I.A. che accostati a Gaga convincono (una mano gliel’ha dato niente poco di meno che Beck); Come To Mama s’impasta col blues (qui c’è l’apporto di Father John Misty, così come in Sinner’s Prayer); Hey Girl è il crack dell’album, perché c’è un duetto capolavoro con Florence Welch per una traccia che prende tanta musica nera eighties e la fa propria con spudorata classe.

L’iniziale Diamond Heart e John Wayne, nonostante siano i brani più vicini al già citato singolo non ne posseggono i tratti catchy, risultando essere gli episodi minori di un album che invece rilancia alla grande le quotazioni di Lady Gaga, distaccandosi quasi del tutto dall’immaginario pop commerciale per provare carte ben più mature, anche dal punto di vista del songwriting.

(2016, Interscope)

01 Diamond Heart
02 A-YO
03 Joanne
04 John Wayne
05 Dancin’ In Circles
06 Perfect Illusion
07 Million Reasons
08 Sinner’s Prayer
09 Come To Mama
10 Hey Girl (feat. Florence Welch)
11 Angel Down

IN BREVE: 3,5/5