Protomartyr – Relatives In Descent

Dopo “The Agent Intellect” (2015), uno dei lavori più riusciti di quell’anno, ci si chiedeva che cosa ci si potesse aspettare dalla mano della band detroitiana che nel corso degli anni è stata l’artefice di una delle elaborazioni più interessanti di un genere, il post punk, soggetto a una deludente stagnazione che ha implicato nella maggior parte dei casi l’inconsistenza e la scarsa originalità dei contenuti espressi.

Durante la loro evoluzione i Protomartyr sembrano aver voluto calibrare progressivamente il tiro: partendo dal garage punk di “No Passion All Technique” (2012), gli album successivi hanno costituito le basi per la creazione di un sound in cui si lascia sempre più spazio a strutture sempre più articolate, a ritmiche mai banali, a sfumature noise e all’inesorabile disappunto di Joe Casey che rivanga ostinatamente, e in maniera quasi masochistica, un passato segnato dall’Assenza, causa del suo odierno dolore.

Relatives In Descent è costruito sulla scia dell’album precedente, conservandone gelosamente le atmosfere che fanno da cornice perfetta ai borbottii schietti e lapidari di Casey, che si conferma un paroliere capace di incastrare discorsi arditi in strutture complesse, rendendole allo stesso tempo dinamiche ed efficaci. Tengono ben saldi i loro punti di riferimento, proponendo echi di Bauhaus e The Falls, e in alcuni brani sembrano recitare la parte di un alter ego, più nevrotico e crudele, dei primi Strokes.

Nel complesso, rispetto al predecessore, “Relatives In Descent” suona con meno furore: gli accordi febbrili di A Private Understanding aprono il disco con la consueta critica di Casey verso le “vile trumpets” della società americana che riducono i rapporti interpersonali a meri “accordi privati” tra cittadini; My Children è un cupo delirio in cui vengono sviscerati i rimpianti dell’autore, esaltatati dai sontuosi riff di Greg Ahee; le chitarre delle strofe di Caitriona sembrano voler ricordare “Reuters” dei Wire mentre Don’t Go To Anacita dipinge uno spaventoso ritratto della società retrograda e neo liberista americana in cui “their God is such a strange, vindictive beast / He only blesses those who prosper”.

Night-Blooming Cereus accende una timida luce in uno scenario così tetro, un lento crescendo in cui Casey recita sommessamente i suoi versi che si fondono in una suggestiva esplosione finale; per concludere la band suona Half Sister che chiude il disco con la frase “she’s trying to reach you”, palese rimando al testo di A Private Understanding.

Il sound dei Protomartyr non ha subito drastiche modifiche rispetto al “The Agent Intellect”, le chitarre di Ahee sono sempre le stesse, le strutture non sono mai banali e sempre ben articolate, e Casey recita la sua disperazione con le sue consuete timbriche monolitiche.

Eppure qualcosa è cambiato. La sintassi resta identica ma viene continuamente arricchita da nuove intelligenti soluzioni sonore, che rendono i loro lavori diversi da scolastiche interpretazioni post punk, e i testi di Casey giocano un ruolo determinante nell’economia del disco: sono versi potenti, senza peli sulla lingua, figli di un immaginario dannatamente pessimista ma allo stesso tempo sospinti dalla volontà di dissentire, di dire a gran voce cosa ci sta sfuggendo di mano.

(2017, Domino)

01 A Private Understanding
02 Here Is The Thing
03 My Children
04 Caitriona
05 The Chuckler
06 Windsor Hum
07 Don’t Go To Anacita
08 Up The Tower
09 Night-Blooming Cereus
10 Male Plague
11 Corpses In Regalia
12 Half Sister

IN BREVE: 3,5/5

A proposito dell'autore

Simone Matteucci

Sociologo dalla verve polemica, grande ascoltatore di musica di ogni genere e appassionato di dibattiti inutili sui massimi sistemi.

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