Širom – A Universe That Roasts Blossoms For A Horse

Questo trio è una delle più belle realtà musicali del vecchio continente o sarebbe meglio dire di quella cara vecchia “Mitteleuropa” che fu il centro del mondo ai tempi della Belle Epoque, ormai cento anni fa, poi spaccata in due parti dalla cortina di ferro dopo la seconda guerra mondiale. Per la verità, in questa terra senza tempo e senza confini che costituisce una sorta di luogo ideale, i Širom scavano nel profondo fino a ritrovare un patrimonio culturale che è qualcosa di collettivo e di universale, che supera il principio stesso di “frontiera”, perché la frontiera qui è un’idea superata da quella più grande di avanguardia. Qualcosa che va oltre. Due anni dopo “I Can Be A Clay Snapper” (2017) il trio, composto dai tre polistrumentisti Ana Kravaja, Samo Kutin e Iztok Koren, ritorna su Glitterbeat con il patrocinio del solito Chris Eckman, che del resto è da tempo che ha ormai stabilito la sua base operativa proprio a Lubiana, in Slovenia, da dove ha evidentemente colto che la ratio per comprendere la “frontiera” sta proprio nel saltare il confine.

Questo è alla base dei principi del lavoro della Glitterbeat e del suono di quest’album, intitolato “Svet, Ki Spece Konju Cvet” ovvero A Universe That Roasts Blossoms For A Horse, un lavoro che a dispetto di quello che si potrebbe pensare non è affatto un disco di musica tradizionale slovena (sebbene sia impossibile non cogliere in esso quelle sfumature tipiche e più caratteristiche, così come ai nostri occhi si spina l’intero immaginario della ex Jugoslavia e dei paesi balcanici) ma che è intriso di sperimentalismo semplicemente perché vuole essere qualcosa di nuovo e in un certo senso ci riesce benissimo.

Ci riesce benissimo perché, polveri alle polveri, ceneri alle ceneri, in fondo nulla di tutto ciò che oggi si possa ritenere parte del creato è originato dal nulla, però è anche vero che la materia è di per sé mutevole e che un musicista, o comunque un artista, quello che possiamo considerare come “creativo”, è dunque un vero e proprio artigiano che lavora questa materia, la plasma e lo fa in ogni caso in una maniera consapevole, mette assieme quello che è il suo patrimonio culturale e tutto quello che è il suo vissuto. Senza considerare che vi sono dei caratteri che sono innati nella natura umana e di cui possiamo riconoscere tratti comuni in tutte le genti che abitano il pianeta.

Quella richiamata regione dell’Europa Centrale ha un senso da questo punto di vista, essa fu ed è stata da quando l’uomo ha abbandonato il continente africano una via di passaggio, e come via di passaggio è stata anche un punto di incontro, un crogiuolo di popolazioni e di culture che qui si sono incontrate, si sono lasciate e poi rincontrate e rimescolate tra di loro ai quattro angoli della Terra. Laddove in Ungheria oggi innalzano i muri, migliaia di anni fa l’uomo si separava in gruppi dopo aver raggiunto il cuore dell’Europa al termine di un lungo viaggio, lungo la stessa tratta che oggi segna dolorosamente centinaia e centinaia di persone costrette a lasciare il proprio Paese in cerca di una migliore fortuna. Nello stesso punto si incrociavano queste persone con chi proveniva da Est e dalla Valle dell’Indo. In questa regione ancora si incrocerà il destino delle genti e molte di queste, solo nelle ultime centinaia di anni, hanno abbandonato l’Europa alla volta degli Stati Uniti d’America.

Forse è una narrazione che potrebbe apparire troppo lunga, ma ecco, vi troverete dentro questo disco tutto questo: “A Universe That Roasts Blossoms For A Horse” è un’opera che ha carattere narrativo e allo stesso tempo espressionista. Viene da pensare a quella che definiamo in maniera generalista come cultura nomade. Il suono dei violini e i canti corali, usati in maniera sperimentale, quelle suggestioni sufi à la Master Musicians Of Joujouka che colpirono l’immaginario di Brian Jones (A Washed Out Boy Taking Fossils From A Frog Sack) hanno in effetti la stessa finalità dissacrante di quelle ballate folk che fanno pensare alla musica che oggi gruppi come The Black Twig Pickers ripropongono, dimostrando come la musica americana e quell’idea di “festa” siano invece solo un esorcismo di quella sensazione di tristezza che ci si porta dietro quando si lascia casa (Sleight Of Hand With A Melting Key).

La musica del trio riesce a essere psichedelica, allegorica (A Pulse Expels Its Brothers And Sisters) e allo stesso tempo alto, con un carattere minimalista avanguardista coraggioso e che fa pensare ad artisti importanti come Laurie Anderson, oppure il Kronos Quartet, con un pathos carico di tensione emotiva (Low Probability Of A Hug, Same As The One She Hardly Remembered) che alla fine di questo lungo viaggio non lascia tanta soddisfazione, quanto quel senso di “finale” che ti fa mordere le labbra e sfiorare le dita tra di loro, come a cercare nel contatto con se stessi, con la superficie della propria labbra e della propria pelle, di non lasciare sfuggire al proprio sentire qualcosa che è qui, ma che non puoi possedere anche se ne fai già parte. Così è la natura dell’uomo, non ne hai mai abbastanza.

(2019, Glitterbeat)

01 A Washed Out Boy Taking Fossils From A Frog Sack
02 Sleight Of Hand With A Melting Key
03 A Pulse Expels Its Brothers And Sisters
04 Low Probability Of A Hug
05 Same As The One She Hardly Remembered

IN BREVE: 4/5