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William Patrick Corgan – Cotillions

Il cappello da cacciatore, i maglioni infeltriti, i cappotti oversize, gli anfibioni da boscaiolo, il viso un po’ imbolsito e la chitarra acustica sempre appresso. È un Billy Corgan inevitabilmente molto diverso da com’era, quello che abbiamo imparato a conoscere da un paio d’anni a questa parte. Un Corgan padre e marito, un Corgan in pace con se stesso, con la sua arte e con i compagni di una vita, un Corgan che la sua vita l’ha egregiamente ripresa in mano, legata com’è a doppio filo con la ragione sociale Smashing Pumpkins. Non tanto – o meglio, non soltanto – per la musica che è tornato a fare sotto quella sigla, apprezzabile ma certo non imprescindibile, quanto piuttosto per come lui, James e Jimmy salgono adesso ogni santa sera sul palco, con la voglia di risputare al mittente un po’ delle cattiverie dette sul loro conto una volta imboccate strade diverse e per anni.

Il Corgan restituitoci nel 2017 da “Ogilala”, il primo disco di Billy diventato – ma sarebbe opportuno dire tornato – William Patrick, è stato un’epifania, una carezza al cuore e la consapevolezza che no, non aveva affatto dimenticato come toccare certe corde, come lasciare andare la sua voce nasale ma così dolce e le dita veloci sui tasti del pianoforte. La conferma che aspettavamo di come “TheFutureEmbrace” e gli Zwan e i Pumpkins 2.0 siano stati solo mostri sotto al letto finalmente cacciati via. Billy è prolifico, è attivissimo sui social e ci aggiorna continuamente su cosa sta combinando, soprattutto scrive tante canzoni per i Pumpkins e per se stesso, così era sembrato piuttosto ovvio che il suo lungo viaggio – vero, reale, nient’affatto metaforico – attraverso gli Stati Uniti si concretizzasse in qualcosa.

Quel qualcosa si chiama Cotillions ed è il suo nuovo lavoro, un album di Americana che a pensarci bene non poteva essere nient’altro. Billy tocca il bluegrass in Hard Times, si tuffa nel country con Jubilee, gioca con violini westernati in Buffalo BoysCri De Coeur, aggiunge un coro marcatamente sudista a Like Lambs e si cosparge di una spessa fuliggine folk che pesca nella tradizione adattando al suo stile gli insegnamenti di leggende come Woody Guthrie, Pete Seeger o Johnny Cash, con To Scatter One’s Own e i suoi languori, con Faithless Darlin’ e il suo andamento sostenuto, con Neptulius e la sua malinconia latente.

Il flebile tappeto sintetico di ColosseumAnon e la meraviglia pianistica della title track (l’episodio più vicino per ispirazione a “Ogilala”) sono gli unici passaggi in cui Corgan cambia per un attimo canovaccio, mentre Rider ha un non so che di pumpkinsianamente familiare. L’attitudine di “Cotillions” è per gran parte lo-fi, vedi Fragile, The Spark o Apologia che sembrano registrate in presa diretta, il che aggiunge ulteriore bellezza al percorso di un disco che ha la sua forza in melodie semplici ma mai banali, carta d’identità dell’intera carriera di Corgan a prescindere dalla durezza della strumentazione messa al loro servizio.

“Cotillions” è lungo, un doppio di un’ora per diciassette tracce, forse un tantino più del necessario e qualche sforbiciata qua e là poteva essere assestata (ad esempio Martinets, Dancehall6+7, cui a voler cercare il pelo nell’uovo manca un po’ del pathos che troviamo altrove nell’album), ma nella sostanza dell’ascolto non pesa mai, suona lieve e pare sempre di essere lì insieme a Billy, ad osservare il paesaggio dal finestrino dell’immaginaria diligenza che l’ha portato in giro. “This is absolutely an album from my heart”, ha chiosato Corgan presentando il disco: dal tuo cuore e per il nostro, Billy, se ci consenti questa piccola ma indispensabile aggiunta.

(2019, Martha’s Music)

01 To Scatter One’s Own
02 Hard Times
03 Jubilee
04 Fragile, The Spark
05 Cotillions
06 Faithless Darlin’
07 Colosseum
08 Martinets
09 Buffalo Boys
10 Dancehall
11 Cri De Coeur
12 Like Lambs
13 Rider
14 Apologia
15 Neptulius
16 6+7
17 Anon

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.