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Bruce Springsteen: 70 anni di un uomo unico nel raccontare i mille volti degli Stati Uniti

Passione, energia, urla, sudore, vene che si gonfiano, questo è Bruce Springsteen nell’immaginario collettivo. Fortunatamente, l’artista statunitense ha ampiamente dimostrato nel corso dei suoi quarant’anni di carriera di essere molto diverso e tutto sommato lontano dal ragazzotto muscoloso con la fascia in testa che nel 1985 gridava contro un’America che lo aveva tradito. Bruce Springsteen ha costruito con un’enorme ostinazione e irrefrenabile passione l’impalcatura della sua musica e del suo modo di comunicare con il pubblico e, nel bene o nel male, ha raccontato la sua America, con un punto di vista sempre chiaro e deciso e senza la minima preoccupazione di provocare polemiche e malcontenti. Ed è così che vogliamo celebrarlo oggi, in occasione del suo settantesimo compleanno, con dieci pezzi poco setacciati che mostrano un volto inconsueto del Boss.


New York City Serenade
(“The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”, 1973)

Tra le pochissime tracce springsteeniane a sfoggiare un’influenza lievemente jazzata, agevolata dalla presenza di David Sancious, New York City Serenade è una suite in miniatura straripante di storie e di bizzarri personaggi liberi per le strade di Manhattan. Le plettrate alle corde del piano di Sancious, le conga suonate da Vini Lopez e una voce appena sussurrata che esplode a metà e quasi in conclusione, rendono la traccia non riconducibile allo stile muscolare dell’artista del New Jersey. Altrettanto evidente era l’influenza che Van Morrison aveva su Springsteen al tempo del suo secondo album in studio: “Without Van, there is no ‘New York City Serenade’ or jazz soul of ‘Kitty’s Back”, avrebbe dichiarato Bruce Springsteen molti anni e altrettanti album dopo. New York City Serenade vanta a tutt’oggi il primato di canzone più lunga dell’intera discografia springsteeniana. Quella stessa lunghezza ne avrebbe impedito il passaggio nelle radio e con lei di tutto l’album, facendolo cadere in un dimenticatoio temporaneo da cui inizierà a uscire solo nella metà degli anni ‘80.


Meeting Across The River
(“Born To Run”, 1975)

A un passo dal “licenziamento” dalla Columbia, Bruce Springsteen compie il miracolo che gli darà la vita eterna. Secondo forse solo a “Born In The U.S.A.”, “Born To Run” è la sua prima vera rivelazione, in termini di suono, arrangiamenti e testi. Meeting Across The River è la penultima traccia di “Born To Run” ma è molto più che un semplice preludio a “Jungleland”: una favola noir introdotta dalla tromba solitaria di Randy Brecker (Aretha Franklin, Paul Simon, Lou Reed, Elton John), la voce quasi sussurrata di Bruce Springsteen accompagnata dal piano di Roy Bittan e dal basso di Richard Davis, che nel 1968 aveva contribuito a quel disco straordinario che era stato “Astral Weeks”. Una tra le canzoni meno eseguite live e poco conosciute, probabilmente oscurata da altri colossi dello stesso album (“Thunder Road”, “Backstreet”, “Jungleland”, “Born To Run”), ma al tempo stesso una tra le tracce più sofisticate ed eleganti del repertorio springsteeniano.


Drive All Night
(“The River”, 1980)

The River” è il doppio volto di Bruce Springsteen: il successo e la leggerezza delle linee melodiche della gran parte delle tracce si scontrano con la fragilità e gli spettri della sua vita. Occorreranno più di trent’anni perché sia il pubblico che la stampa possano conoscere appieno le intricate e dolorose dinamiche di casa Springsteen. Tra le sue ballad, Drive All Night è probabilmente la più viscerale, con una E Street Band quasi del tutto assente se non per il sax di Clemons, l’organo di Bittan, il tocco di Weinberg e Bruce Springsteen, voce e piano. La traccia fa parte della colonna sonora di “Reign Over Me”, pellicola del 2007 di Mike Binder. A tutt’oggi, Drive All Night è una tra le tracce preferite da Eddie Vedder, riadattata spesso durante le sue tournée da solista. Non solo: Glen Hansard nel 2013 ne ha realizzato una meravigliosa versione, inserita nell’omonimo EP, in compagnia dello stesso Vedder e di Jake Clemons al sax.


Mansion On The Hill
(“Nebraska”, 1982)

Terza traccia di “Nebraska”, Mansion On The Hill è intrisa di quella nebbia tormentata che attraversa tutti e dieci i brani del disco. Insieme a “My Father’s House” è probabilmente uno dei riferimenti più espliciti all’oscurità paterna di tutta la discografia di Springsteen. Quella casa sulla collina, vista dal finestrino durante interminabili tragitti in macchina con il padre, che poi si rivelerà la casa del nonno materno, diventa per Bruce Springsteen una sorta di osservatorio sul mondo e sulla sua vita da bambino. La versione di Johnny Cash, naturalmente grandiosa, è contenuta in “Badlands: A Tribute To Bruce Springsteen’s Nebraska”.


Fire
(“Bruce Springsteen & The E Street Band Live 1975/85”, 1986)

Tra le tante donazioni fatte dal Boss nel corso della sua carriera, Fire probabilmente è la più romantica, non tanto nel testo o nella pasta sonora (più ammiccante che sentimentale) quanto negli intenti. Bruce Springsteen scrisse e compose Fire con la ferma intenzione di regalarla a Elvis Presley. Spensierata, passionale, una fluidità à la Brill Building, eseguita live con una sensualità raramente raggiunta in altri episodi dello stesso genere, Fire non fu mai registrata in studio ma solo durante le performance dal vivo da cui scaturiscono i cinque vinili di “Bruce Springsteen & The E Street Band Live 1975/85”. Splendida la versione incisa nel 2013 da Anna Calvi come b-side del singolo “Suddenly”.


One Step Up
(“Tunnel Of Love”, 1987)

È il 1985 quando Springsteen sposa Julianne Philips, la sua prima moglie. Basta collegare un paio di numeri per capire che il matrimonio in questione è sotto gli occhi dell’America e di tutto il mondo. Non è concesso un fallimento o due passi indietro. One Step Up è figlia di uno dei dischi più bistrattati di Bruce Springsteen, “Tunnel Of Love”, il primo album senza gran parte della band e arrangiato per lo più con strumenti non veri. Ma ci sarà di peggio: la doppietta plastificata “Human Touch”/“Lucky Town” convincerà Springsteen a tornare sui suoi passi. Insieme alla title track e naturalmente “Brilliant Disguise”, la traccia dà un’ottima spiegazione del motivo per cui “Tunnel Of Love” non sia stato solo un’accozzaglia di assenze e campionamenti. Bruce Springsteen qui si veste di disillusione, tristezza e romanticismo e confessa i suoi fallimenti sentimentali e la difficoltà di stare al mondo non da individuo ma dentro una coppia.


Balboa Park
(“The Ghost Of Tom Joad”, 1995)

Nel febbraio del 1996 Pippo Baudo riuscì in una delle imprese più complicate nella storia di Sanremo: avere Bruce Springsteen come ospite durante il Festival. Mentre l’artista si esibiva, totalmente in acustico in una versione solo voce, chitarra e armonica di “The Ghost Of Tom Joad”, sullo schermo scorreva la traduzione del testo. “The Ghost Of Tom Joad”, l’album, va letto in ogni sua traccia, in ogni racconto di chi viaggia e muore, di chi vuole salvarsi e muore, di chi vuole una vita giusta, pulita, onesta e invece muore. Balboa Park è la storia scarna di decine di ragazzini che dal Messico raggiungono la California e finiscono col veleno nel sangue, trasportando sfere di cocaina da un posto all’altro. Da ascoltare e leggere, almeno una volta.


Reno
(“Devils & Dust”, 2005)

“She had your ankles, I felt filled with grace / ‘Two hundred dollars straight in, Two-fifty up the ass’, she smiled and said / She unbuckled my belt, pulled back her hair / And sat in front of me on the bed”. I primi versi di Reno marchieranno per la prima volta la discografia dell’artista con il Parental Advisory. Reno altro non è che il racconto crudo di un rapporto sessuale a pagamento tra un uomo e una donna, anche se, nei versi successivi, il richiamo ad Amatitlan e alla Valle de dos Rios riporta alla luce le origini sudamericane del protagonista, spostando l’attenzione sulla migrazione. Tema, quest’ultimo, presente in altre tracce del disco, “Matamoros Banks” su tutte. Al pari che per “Born In The U.S.A.”, fonti attendibili riportano che della traccia esistano svariate versioni, di cui alcune marcatamente elettriche. Nonostante le smentite di Ken Lombard, presidente di Starbucks, Reno fu la causa della mancata diffusione del disco all’interno della catena. Inutile aggiungere che l’atto di “protesta” non incrinò minimamente le vendite di uno degli album migliori di Bruce Springsteen.


Land Of Hope And Dreams
(“Wrecking Ball”, 2012)

Unica traccia di “Wrecking Ball” graziata dal sax di Clarence Clemons, oltre alla title track, viene incisa solo nel 2012 nonostante sia una vecchia conoscenza del popolo springsteeniano. Non è una novità, molte altre tracce sono state eseguite dal vivo prima di cristallizzarsi dentro la discografia del Boss. La melodia rielaborata per “Wrecking Ball” viene fuori solo dopo svariati tentativi, variando la ritmica, gli arrangiamenti e inserendo percussioni elettroniche, il Victorious Gospel Choir è il “People Get Ready” di Curtis Mayfield. Il risultato finale è un miscuglio di rock e gospel che spinge un vagone treno che trasporta santi e peccatori, puttane e giocatori d’azzardo, girovaghi notturni, cuori spezzati, anime morte. Uno dei testi più evocativi della narrativa springsteeniana.


American Skin (41 Shots)
(“High Hopes”, 2014)

Era un giovedì, il 4 Febbraio del 1999. Che giorno del cazzo per morire. Amadou Diallo fu ucciso nel Bronx da una pattuglia di polizia, mentre tentava di estrarre il portafogli dalla tasca per fornire le sue generalità. Diciannove i colpi di pistola che lo massacrarono, 41 quelli esplosi. Poco più di un anno dopo, Bruce Springsteen interrompe il divorzio dalla E Street Band e torna in tour con la formazione al completo, suonando American Skin (41 Shots) per la prima volta, il 4 Giugno del 2000 ad Atlanta. La canzone riporta con estrema chiarezza uno tra i tanti vergognosi omicidi da parte delle forze dell’ordine newyorkesi a danno di ispanici e afroamericani. American Skin (41 Shots) suscitò accese polemiche da parte del NYPD, tanto che alcuni si rifiutarono di prestare regolare servizio d’ordine durante i suoi live. Nelle note di copertina di “High Hopes” (prima registrazione in studio della traccia) si legge: “American Skin (41 Shots) meritava un’incisione che fosse alla sua altezza”.

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.