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Gli R.E.M. si scioglievano 10 anni fa e noi non ci sentiamo ancora molto bene

Photo Credit: Chris Bilheimer
Photo Credit: Chris Bilheimer

Ad ascoltarli oggi, tutti gli album pubblicati dagli R.E.M. da quando Bill Berry lasciò il suo posto alla batteria in poi assumono un significato e anche un valore diverso. A parte qualche singolo passaggio all’interno di essi, mettendosi una mano sul cuore nessuno di quei dischi può essere considerato imprescindibile, a maggior ragione nell’economia della discografia di una band che capolavori ne aveva già saputi partorire ben più dell’unicum di tante altre formazioni. Eppure quei dischi, ripresi in mano oggi e sfrondati dalla delusione che un fan pluridecennale può legittimamente aver provato ai tempi, restano uno spaccato perfetto di ciò che gli R.E.M. sono sempre stati per se stessi prima che per il loro pubblico: un gruppo di amici, persino una famiglia. Quando Bill si fece da parte, Michael, Mike e Peter decisero sì di andare avanti, ma mica sostituendo l’amico, tutt’altro. Riprogrammando piuttosto gli equilibri della loro creatura, cercando di − e riuscendo a − non buttare alle ortiche una storia lunga e importante come la loro.

Tutto questo per dire che gli R.E.M. non sono mai stati una band come le altre, né nell’affrontare il successo (basti pensare alla promozione ridotta all’osso di un disco epocale come “Out Of Time” del ’91), né tantomeno nell’occuparsi delle grane interne che inevitabilmente ci sono state, come in ogni lunga relazione umana degna di questo nome. Gli R.E.M. hanno gestito la loro intera carriera con immensa classe e profonda intelligenza, dal primo all’ultimo giorno dei loro intensissimi trentuno anni di esperienza congiunta, trentuno anni che “scadevano” esattamente dieci anni fa: un’inezia, per certi versi, un’eternità per chi è rimasto orfano di compagni di vita prima che di una delle band del cuore.

“Come R.E.M, amici e complici di una vita, abbiamo deciso di chiudere baracca come band. Ce ne andiamo con un grande senso di gratitudine, conclusione e meraviglia per quello che abbiamo ottenuto”, dicevano nel comunicato diffuso il 21 Settembre del 2011, lasciandoci in un modo così luminoso e sereno da riuscire quasi a soppiantare lo spaesamento per una notizia che in fondo nessuno esterno alla band si aspettava, vista la macchina da guerra discografica che i tre erano diventati e il seguito mai scalfito dallo scorrere del tempo. Una questione che all’interno degli R.E.M. era però aperta da un po’, visto che solo in seguito avrebbero svelato che un giorno, qualche tempo prima di rendere ufficiale lo scioglimento, Michael, Mike e Peter s’erano ritrovati quasi per caso ad ammettere reciprocamente di volere la stessa cosa, di sentire come conclusa l’avventura affrontata da quel lontano 1980 in poi.

A conferma del valore umano di ciò che erano stati, ecco come parlava Stipe: “Spero che i nostri fan comprendano che non è stata una decisione facile; ma ogni cosa ha una fine e volevamo finirla bene, a modo nostro”, uno sguardo ai fan come parte della loro famiglia, la consapevolezza di dover fare ancora un’ultima volta le cose nel modo giusto, per rendere onore e giustizia alla loro storia. Stesso tenore delle dichiarazioni di Buck (“Era, ed è ancora, importante fare le cose giuste con voi. Essere una parte delle vostre vite è stato un dono incredibile”) e soprattutto di Mills, che pose l’accento su una questione non marginale: “Qui non c’è disarmonia, né crisi, né guerre di avvocati. Abbiamo preso questa decisione insieme, amichevolmente e con l’interesse di ognuno nel cuore. È il momento giusto”. Ecco, senza gettarsi fango addosso, senza recriminazioni economiche, senza battaglie per marchi commerciali e tutto il campionario di bassezze che troppo spesso hanno rovinato l’eredità di band immense.

Cos’è cambiato in questi dieci anni di “assenza”? In primis che non s’è mai trattato di un’assenza vera e propria. Stipe, Buck, Mills e anche Berry hanno continuato costantemente a tenere viva la loro fiamma (non che ce ne fosse bisogno), non perdendo occasione di celebrare gli anniversari tondi dei loro album con riedizioni varie ed eventuali, quelle robe per cui ogni fan va matto e che, al netto dell’aspetto meramente commerciale, servono come l’aria a mantenere viva e tramandare un’eredità granitica come la loro. Mills e Buck (soprattutto lui) si sono fatti vedere spesso in giro con i loro progetti, le loro ospitate al fianco degli amici, etc. Stipe invece era un po’ scomparso, s’era fatto crescere un barbone da santone e se ne aveva notizia solo riguardo a questioni artistiche ma extra musicali, quasi come volesse disintossicarsi da quel ruolo di rockstar ricoperto per tantissimi anni. Fino a qualche tempo fa, quando s’è ripresentato con un un po’ di materiale, il primo da solista, la ripresa di un fuoco forse affievolitosi ma mai spento davvero.

Il mondo, della musica ma non solo, è sempre sull’orlo del collasso, ma è un posto peggiore senza che gli R.E.M. stiano lì a raccontarlo? Senza dubbio, perché manca il loro modo di influenzare al tempo stesso l’underground e il mainstream, quel percorso esplorativo che li ha resi un faro e un esempio dai college americani agli stadi dei cinque continenti; manca il modo unico di Stipe di toccare trasversalmente e con grazia, senza sensazionalismo né aggressività, questioni politiche e sociali di assoluta rilevanza, lasciandoci subito dopo inermi mentre racconta di sé senza nominarsi mai, cosicché il protagonista possa benissimo essere tu o chiunque altro. Mancano moltissimo, se dopo un decennio siamo ancora qui a discutere non tanto e non soltanto della loro musica ma della loro stessa presenza viva. Per stare bene senza di loro ci vorrà ancora tanto, ma potrebbe anche non succedere mai.

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.