
Per l’ultima immagine di sé scelse la peggiore, quella in versione Lazzaro, con una fascia a coprirgli occhi a bottone, i capelli bianco spento e un orrendo letto di ospedale. Uno zombie che si accartoccia disperato e un sassofono che sfiata attorno a piedi nudi su piastrelle ghiacciate. Era naturalmente un segnale, una metafora, l’ennesima della sua carriera. A maschera corrispondeva immagine. E ne ha assunte tante di immagini David Bowie, la sua vita come una specie di deposito dei costumi di un teatro dell’opera. Tra tute dello spazio, tutù sgargianti, giacche, tuniche. L’ultima del 2016 era quella di un uomo tra la vita e la morte, tra l’arte e la vita. E quell’impressionante resistenza della voce. La voce è l’ultima cosa che muore, l’ultima a spegnersi. Bowie mentre moriva aveva la voce delirante di un Ziggy maturo, non quella di un vecchio malato.
Dieci anni, non ti spieghi come sia possibile siano passati dieci anni. C’è quel meme che ci scherza su: dalla morte di Bowie tutto è andato storto ed è una battuta ma magari no. Perché è vero: è come se la sua stella fosse una luce da seguire e poi, una volta eclissatasi, il buio avesse preso il sopravvento. Faceva comodo avere Bowie lì, come una stella che sai che non raggiungerai mai ma a cui ambisci. È nella natura stessa dell’uomo la possibilità di aspirare a qualcosa, ad un orizzonte lontano, ed è quando l’orizzonte si appiattisce che si appiattisce l’uomo. Nei dieci anni senza Bowie siamo piombati in una pandemia, nei cataclismi, nel proliferare di conflitti con armi e tra persone. Un mondo insanguinato, costantemente in streaming, e poi parallelamente drogato dalle app che deformano i vivi e resuscitano i morti. Una visione decisamente pessimistica su quest’ultimo decennio ma che si fa davvero fatica ad edulcorare. Se qualcuno ha qualche idea è il benvenuto.
Non ci si deve domandare come Bowie avrebbe raccontato questi dieci anni, perché lo ha già fatto, ha fatto tutto Bowie. Nel decennio appena passato, infatti, sono sbocciati semi velenosi interrati da tempo. Per questo nelle canzoni del passato lui racconta dell’oggi pur essendo morto. In Five Years del 1972 sotto le secchiate gelide di un pianoforte verticale, David disegnò l’apocalisse per filo e per segno. O nel 1979 con Fantastic Voyage quando scelse una filastrocca melodrammatica per fare i conti con la depressione della politica nel senso più ampio e profondo. “Stiamo imparando a sopportare la depressione di qualcun altro / E io non voglio convivere con la depressione di qualcun altro” – ululava Bowie – “È un mondo in evoluzione, non una buona ragione per sganciare missili”. Nella bufera industrial di I’m Afraid Of Americans del 1997 David scappa inseguito da Trent Reznor. America, luogo che ha perso l’anima, gli americani, attori che hanno perso il senso delle cose. Nel 1997 Trump giocava a fare il cinema e faceva affari sul corpo del suo paese, non pensava alla politica. E nel 1999 David si trasformò in Boz nel videogioco Omikron per cui scrisse anche la colonna sonora, pioniere come sempre, anticipò qualsiasi avatar o intelligenza artificiale.
Dieci anni che David Bowie non c’è più e ancora non si vede una nuova stella da ammirare e cavolo se ce ne sarebbe di bisogno. Basterebbe intanto un semplice bagliore, una scia, finanche un po’ di polvere. Un dono all’improvviso. Nel 1977 David si era rinchiuso in una stanza di Berlino, emaciato, bocca impastata, con epistassi inarrestabile e un discreto mal di vivere, oltre ai postumi di una tossicodipendenza che sì, si stava ritraendo come risacca, ma che facendolo si portava via pezzi dell’uomo. David prese una chitarra e scrisse il giro di Sound And Vision, una canzone stranissima, breve, con un sintetizzatore a tagliarla in due come lama, e poi cori, sax e la sua voce teatrale che entra dopo un minuto e mezzo. “E mi siederò aspettando il dono del suono e della visione” – sibila David – “E canterò, aspettando il dono del suono e della visione”.
Un dono, per l’appunto.
Ce lo aspettiamo, ora che sono passati dieci anni.


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