Home EXTRA ANNIVERSARI Iron Maiden: 40 anni del self titled

Iron Maiden: 40 anni del self titled

Quando si parla degli Iron Maiden non si può non cominciare dalla complessa figura del loro fondatore, Steve Harris: un iniziale sogno legato al mondo del calcio, poi a quello della musica come batterista e infine come bassista. Dopo aver militato in un paio di band ed essere rimasto a piedi a causa del suo stile complesso che mescolava atmosfere prog con la potenza dell’hard rock, cui nessuno riusciva a stare dietro, decise di dar vita a un suo progetto e il Natale del 1975 gli portò consiglio. Fu il film “La maschera di ferro” di James Whale a ispirarlo, riportandogli alla mente uno strumento di tortura: la Vergine di Norimberga, comunemente chiamata Vergine di Ferro, in inglese “Iron Maiden”. L’ispirazione horror per il nome del gruppo ricorda molto ciò che accadde ai Black Sabbath, i padri dell’heavy metal, il cui bassista Geezer Butler fu tra le figure più influenti per Harris (oltre a Geddy Lee dei Rush, Mike Rutherford dei Genesis, Phil Lynott dei Thin Lizzy e molti altri sulla scia hard rock e prog rock).

Iniziò così l’ascesa della band, tra live nei pub e cambi repentini di line-up che portarono il bassista di Leytonstone a esser affiancato dal cantante dal temperamento fumantino Paul Di’Anno, i chitarristi Dave Murray e Dennis Stratton e il batterista Clive Burr. Iron Maiden fu frutto dell’evoluzione dell’EP indipendente “The Soundhouse Tape” (1979), che a sua volta era stato ottenuto da una prima demo: grazie a una vendita di 5000 copie, in poche settimane arrivarono l’incontro con il manager Rod Smallwood, il contratto con la EMI (un patto d’acciaio durato per più di trent’anni) e la partecipazione alla prima raccolta “Metal For Muthas” (1980) con ben due brani, “Wrathchild” e “Sanctuary” (quest’ultimo compare nella versione canadese e statunitense del primo LP). Il debut venne registrato in tredici giorni ai Kingsway Studios di Londra e prodotto dallo svogliato Will Malone, il cui disinteresse giocò a favore del gruppo che poté così lavorare in autonomia.

Il lavoro ottenuto era caratterizzato da sonorità grezze e inizialmente non convinse i Maiden, tuttavia questa peculiarità è diventata uno dei loro marchi di fabbrica. Un ulteriore dettaglio da non sottovalutare fu la comparsa della mascotte Eddie The Head, nata dalla matita di Derek Riggs, la quale con la sua apparizione puntuale sulle copertine dei dischi ha dato vita a un percorso narrativo vero e proprio ed è stata protagonista di numerose evoluzioni, inerenti ai temi trattati dall’album. L’importanza iconografica del mostro entrò in gioco a supporto dei concetti narrati, una novità a cui si ispirarono anche altri gruppi (ogni riferimento alla mascotte dei Megadeth, Vic Rattlehead, è puramente casuale). I testi, scritti quasi tutti da Harris, furono costruiti appositamente intorno alla figura del cantante: il timbro stentoreo di Di’Anno risultò perfetto per interpretare quelle liriche caratterizzate da tematiche horror e libertine, che avevano l’obiettivo di stupire e scuotere l’ascoltatore.

L’opener Prowler, grottesca e volutamente provocatoria, ha come protagonista un maniaco e mette in luce quella che è l’impostazione tipica della canzone maideniana, qui ancora un po’ acerba. Fanno seguito due tracce firmate anche da Di’Anno: un’intima dedica del cantante al padre e il potente singolo che aveva anticipato l’album, un inno alla libertà (Remember Tomorrow e Running Free). Le tracce centrali elevano la qualità dell’album e mettono in luce altri dettagli che hanno determinato lo stile della band: i riferimenti letterari e cinematografici, la ricercatezza e l’abilità compositiva (Phantom Of The Opera), le scelte coraggiose, in questo caso quella di inserire un brano strumentale in un album d’esordio (Transylvania), il rimarcare quelle influenze prog tanto care ad Harris, parlando di un mondo immaginario (Strange World). Vi è poi un pezzo dedicato a una prostituta, firmato unicamente da Murray (Charlotte The Harlot), e infine quella che è la tradizionale chiusura della scaletta dei loro concerti praticamente da sempre (Iron Maiden).

Innovazione non è il termine più calzante per quanto concerne questo lavoro in particolare: il 1980 fu un anno cruciale con la pubblicazione di album come “Ace Of Spades” dei Motörhead, “British Steel” dei Judas Priest o il debut degli Angel Witch. Ciò non toglie che “Iron Maiden” sia il memorabile apripista di una band fra le maggiori esponenti della NWOBHM: una pietra miliare che ha unito la potenza dell’heavy metal ad aspetti tipicamente punk, proponendo una serie di elementi che hanno gettato le fondamenta dell’identità di una formazione che in quarant’anni di carriera ha influenzato numerosi gruppi speed, thrash e power metal, e alcuni anche di matrice punk.

DATA D’USCITA: 14 Aprile 1980
ETICHETTA: EMI

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.