
C’è un momento, quello in cui Jeff viene messo su un bus dal padre Tim per essere rispedito dalla madre Mary, in cui si vede ciò che per una vita intera sarebbe stato l’unico ricordo tangibile che Jeff avrebbe posseduto di un genitore assente per scelta: una bustina di fiammiferi con dentro la scritta “Love You”, seguita da un numero di telefono. Un telefono che non sarebbe mai più squillato, visto che di lì a poco Tim avrebbe fatto la fine di decine di altri musicisti dentro fino al collo con le dipendenze. Ecco, quel momento rende perfettamente l’idea di ciò che dev’essere stata l’intera esistenza di Jeff Buckley, una vita segnata dalla mancanza, dal senso di inadeguatezza, dall’amore dato, ricevuto e cercato spasmodicamente, dall’attaccamento normale, fisiologico e comprensibile alle figure femminili che si sono assecondate al suo fianco colmando i solchi incisi da quella stessa mancanza.
Coprodotto da Brad Pitt, che questo progetto lo coltivava da un bel po’, It’s Never Over, Jeff Buckley non è ovviamente un biopic, non ci sono attori né narratori, è un vero e proprio documentario che ripercorre la vita di Jeff dalla sua nascita all’epilogo che tutti conosciamo, e lo fa attraverso testimonianze dirette dello stesso Jeff (pochi stralci di interviste, ma tutti molto interessanti) ma anche e soprattutto delle persone che gli sono state accanto. In primis Mary Guibert, una madre giovanissima − aveva appena diciotto anni quando nacque Jeff − cresciuta insieme a suo figlio, un figlio che, a un certo punto, ha dovuto anche tenerne a bada certe intemperanze. Poi Rebecca Moore, il primo amore maturo che ispirò Jeff per quasi tutti i testi di “Grace”. Infine Joan Wasser (che avremmo conosciuto solo dopo come Joan As Police Woman), l’ultimo coinvolgente amore di Jeff, quello della corrispondenza totale e assoluta, del guardarsi negli occhi e capirsi senza dire nulla. Sono soprattutto loro che raccontano chi era Jeff, delineandone un profilo non inedito (basta ascoltare la musica di Buckley per imparare a conoscerlo) ma sicuramente più intimo e umano.
Gli altri che intervengono nel documentario, dai compagni di band ad altri musicisti e produttori, passando per un Ben Harper con cui Jeff condivise il palco di un festival e che ricorda alcuni simpatici aneddoti di quell’incontro (e della passione di Jeff per i Led Zeppelin), focalizzano ovviamente la loro attenzione sulla grandezza di Buckley come musicista, sulla sua certosina attenzione ai dettagli, ma in modo specifico sulla sua voce, ritenuta trasversalmente un dono ereditato direttamente dal padre. Croce e delizia, questa, della vita di Jeff. I filmati recuperati delle sue prime apparizioni sul palco newyorkese del Sin-é sono oro colato, si sentono alcuni dei brani che sarebbero finiti in “Grace” in versione stripped, spogliati da tutto se non qualche corda pizzicata e la voce annichilente di Jeff (che, come viene testimoniato nel documentario, azzittiva chiunque fosse presente nel locale, nonostante ai tempi fosse quasi un perfetto sconosciuto). Così come sono oro colato una manciata di messaggi audio lasciati in segreteria da Jeff, specie quello che, proprio in chiusura, testimonia l’ultimo contatto tra un figlio e sua madre, struggente come solo una cosa del genere può essere.
C’è poca musica in “It’s Never Over, Jeff Buckley”, sicuramente meno di quanta ce ne saremmo aspettati, ed è un paradosso considerando che il documentario tratta la storia di un meraviglioso musicista con una delle voci più belle della storia della musica. Ma la spiegazione sta nel taglio stesso che la regista Amy Berg ha voluto dare al film, un taglio che dà attenzione al bambino, al ragazzo e poi all’uomo, alle sue fragilità e alla sua sofferenza, a Jeff prima che a Buckley. Condivisibile o meno, l’assenza della musica si sente ed è palese, tanti brani vanno avanti solo per pochi secondi e poi svaniscono sullo sfondo in modo a volte fastidioso, ma al tempo stesso ciò che resta, per l’appunto Jeff, è di una intensità emotiva da lacrime agli occhi. E tanto basta per farne una pellicola che merita di essere vista, probabilmente più da chi già conosce Jeff Buckley e la sua storia che da un pubblico occasionale, perché non ci troviamo davanti a una classica celebrazione/ricostruzione postuma quanto piuttosto a un puro e semplice ritratto umano.



