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#MySong: “Indifference”, Pearl Jam

Indifference
Pearl Jam
“Vs.”, 1993

Un filo d’organo si infiltra tra le serrande di questa canzone al buio. Dietro si è bardato un uomo, o quello che rimane di un uomo. Un uomo finito. Perché non si può chiamare con altro nome un uomo che non sente più nulla. Percuotersi non serve, scuotersi nemmeno, volare con la fantasia fa effetto solo per pochi secondi. Vedder canta aprendo la sua voce come il planare di un uccello. Sotto i Pearl Jam costruiscono una lunga passarella fatta di nuvole, frammenti di chitarre, pochi corpuscoli di batteria. La musica è l’occhio di bue nel teatro, Eddie è l’attore al centro. E il monologo è di quelli che accapponano la pelle. Perché questa canzone è la cronaca di una resa, qualcosa che si avvicina alla morte in vita. L’uomo accende un fiammifero per combattere la solitudine, muove le mani quasi a tentare di volare via di lì, prova a superare il suo inferno, ma alla fine non può che arrendersi alla realtà: le quattro mura che lo trattengono sono la sua prigione. Eddie ripete quel ”How much difference does it make?” facendolo strofinare sul suo palato. La voce si alza, si contorce come corda, si spezza. Poi il dramma sale, si acuisce. L’uomo, attraverso la voce di Eddie, prova a ribellarsi: “Stringerò una candela fino a bruciarmi, prenderò a pugni fino a stancarmi, fisserò il sole fino ad accecarmi”. Vuole vivere, vuole sentirsi vivo, ci prova. L’organo riempie i polmoni di Vedder, i piatti vibrano. Il finale porta all’inchino dell’attore, ma lascia addosso, appiccicato come colla, tutto il dramma della depressione.

Ingoierò veleno
fino a diventarne immune.
Urlerò a pieni polmoni
fino a riempire questa stanza.
Ma… che differenza fa?