
A volte non serve poi tanto per rendersi conto delle prospettive di una giovane band, basta ascoltare. Non la musica, quella è sottinteso che vada ascoltata. Intendo ascoltare il mormorio che abbiamo intorno, come quella band viene recepita e assimilata. Ricordo perfettamente il momento esatto in cui ho capito che i Fontaines D.C. non sarebbero stati solo un fenomeno di passaggio, una delle centinaia di band da un buon esordio e arrivederci: “Dogrel” (2019) era uscito da qualche mese, se ne stava parlando il giusto e a dire il vero senza eccessiva esaltazione, perché in fondo era solo l’ennesimo disco revivalistico da bollare sotto l’etichetta post punk. Eppure mi ritrovavo a parlare di “Dogrel” con pressoché chiunque nella mia bolla: il conoscente che vive in ottica Primavera Sound e ne fa la bibbia dei propri ascolti, l’amico metallaro che solo Kerry King sa suonare la chitarra, l’amica con un debole per l’estetica indie, i colleghi che l’Irlanda è un modello sociale perfetto e quelli che col rock non c’hanno mai avuto tanto a che fare. Tutti intorno a me erano rimasti colpiti, per un motivo o per un altro, dal primo album di cinque sconosciuti ragazzi irlandesi. E allora ho cominciato a chiedermi il perché di tutto ciò, se stessi valutando in modo onesto e oggettivo la musica di “Dogrel”, se mi stessi perdendo qualcosa o se, più probabilmente, mi stessi facendo prendere troppo dall’entusiasmo. La risposta non sono riuscito a darmela subito, perché in fondo un solo disco è qualcosa, ma non è tanto. La risposta è venuta con gli anni ed è cresciuta con le conferme, è cresciuta insieme a Grian Chatten, Conor Curley, Carlos O’Connell, Conor Deegan, Tom Coll e la loro musica fino a questa splendida, glaciale, sintetica Marianne che anticipa “Dopamine Chamber”, il loro quinto album in uscita il 16 Ottobre.
I Fontaines D.C. in questi anni hanno colmato una spaventosa lacuna nel rock dei nostri tempi, quel baratro che ha inghiottito il significato facendolo sparire dalla bocca e dalle parole delle band (non di tutte, è chiaro, ma servono poche mani a contarle). E questa cosa è stata chiara fin da subito, dal modo in cui quei cinque ragazzi appassionati di poesia hanno iniziato a raccontarci la loro città, una Dublino piena di contraddizioni e di fermento come pochi altri posti in Europa, capitale di una nazione perennemente in contrasto coi vicini di casa e sempre restia ad abbassare la testa. Il modo in cui i Fontaines D.C. ci hanno parlato e ci parlano di casa loro è unico: zero indulgenza e tanta verità. Quindi schiaffi in faccia a quelli che fingono appartenenza e a quegli altri che invece spalano quotidianamente merda minacciando la fuga (non è un caso che Boys In The Better Land sia diventata uno dei loro manifesti), ma anche un viscerale e profondo attaccamento a una terra meravigliosa dietro la sua scorza dura (“Dogrel” si chiude infatti con Dublin City Sky, una vera dichiarazione d’amore per la città).
I Fontaines D.C. eccellono nella creazione di immaginari, nel senso più ampio del termine. Il loro come band in primis, quello di una formazione e di persone fortemente legate alle proprie radici geografiche nonostante la vita li abbia portati a vivere a Londra, Parigi, Barcellona o chissà dove, radici che richiamano costantemente nei loro album e nelle istantanee che offrono al loro interno: come nella copertina di “A Hero’s Death” (2020), con la statua del The Dying Cuchulain che fa bella mostra di sé (mentre la statua vera e propria è piazzata all’interno del General Post Office di Dublino). Un disco oscuro, quello, in cui la poetica di Grian Chatten ha avuto il suo primo vero upgrade. O come in “Skinty Fia” (2022), con quel cervo in primo piano che richiama per l’appunto il titolo del disco, “la dannazione del cervo”, un’imprecazione in lingua irlandese. Nell’estetica dei Fontaines D.C. niente è lasciato al caso, ogni elemento ha sempre una motivazione e un legame con ciò che è e ciò che è stato, i testi, le grafiche del merch, i colori degli artwork, tutto fa parte del progetto narrativo che di volta in volta la band decide di seguire. Ecco, il concetto, i Fontaines D.C. aderiscono sempre a un concetto, una qualità che in giro non si trova praticamente più.
In questo senso è fondamentale la scrittura di Grian Chatten, a mani basse una delle più intense in circolazione. Una scrittura maturata esponenzialmente a ogni nuova esternazione (compreso “Chaos For The Fly”, il suo splendido esordio solista del 2023), nei riferimenti letterari che pesca (James Joyce sta sempre lì a osservarlo), una scrittura che era più cruda in “Dogrel” e che, di pari passo con la musica della band, si è fatta via via più stratificata e immaginifica fino a “Romance” (2024): la cristallizzazione di un talento, la ricerca del romanticismo, dell’amore come antidoto alla coltre nera in cui siamo immersi nella vita di ogni giorno, schiavi di un mondo moderno che non ci consente di sentire più niente, neanche la sofferenza, avvolti come siamo da una totale e anestetica alienazione emotiva. Che Chatten ha descritto e continua a descrivere meglio di chiunque altro, oggi.
E poi c’è l’impegno politico dei Fontaines D.C. che non è quello esplosivo di formazioni come gli amici e connazionali Kneecap (con cui non a caso Grian Chatten ha collaborato) o gli IDLES (per rimanere sotto la tanto vituperata etichetta post punk), ma è fatto di dichiarazioni pacate ma decise, di gesti concreti, senza compromessi, di supporto anche dietro le quinte alle cause che la band decide di appoggiare, da quella palestinese alla questione ambientale, passando per il disumanizzante uso della tecnologia. Espressione diretta del background umano di ragazzi che di soprusi, oppressione e mancanza di diritti hanno sentito parlare per tutta la vita da genitori, nonni e ancora più indietro nel loro albero genealogico. Una sensibilità tipicamente irlandese, quella di un popolo che ha sofferto e quindi per sua natura vicino a chiunque soffra, sensibilità che i Fontaines D.C. rivolgono innanzitutto ai ragazzi irlandesi, che si vedono non supportati degnamente dalle politiche governative, ma è una sensibilità che inevitabilmente grazie alle loro canzoni fa il giro del mondo e finisce per coinvolgere tutti, giovani e meno giovani.
La loro città diventa così la nostra città, la loro delusione è la nostra delusione, le loro preoccupazioni sono le nostre preoccupazioni, le loro battaglie sono le nostre battaglie, in una corrispondenza più unica che rara tra personale e universale. E in quest’epoca buia, complessa, inquietante e spesso umiliante per il genere umano, pochi altri sono riusciti a reggere botta in modo così profondo, a fare da colonna sonora, anzi da narratore delle inquietudini di almeno un paio di generazioni. E in fondo è questa la risposta che ho trovato dopo un bel po’ di anni che sto qui ad osservare e ascoltare con attenzione questi cinque ragazzi: i Fontaines D.C. sanno parlarmi in un modo che non credevo più possibile, un modo che supera l’apatia, la disillusione, l’età e i confini. Un modo che, ne sono certo, anche voi sentite o sentirete perfettamente vostro.


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