Home EXTRA ANNIVERSARI Pink Floyd: 50 anni di Meddle

Pink Floyd: 50 anni di Meddle

“One of these days I’m going to cut you into little pieces” recita il minaccioso verso pronunciato da Nick Mason, l’unico contenuto nell’indimenticabile e vertiginosa One Of These Days, che con la sua coppia di bassi ipnotici suonati da Roger Waters e David Gilmour, l’intelaiatura costituita dal synth e l’organo di Richard Wright e un pizzico della colonna sonora di “Doctor Who”, rappresenta una delle gemme dei Pink Floyd contenuta in Meddle.

Giunta ad un anno esatto da “Atom Heart Mother” (1970), la sesta fatica floydiana proseguiva la svolta progressiva e sperimentale intrapresa dal gruppo britannico, sotto le ripetute pressioni della Harvest che pretendeva piĆ¹ musica: il verbo “to meddle” significa “interferire”, ed ĆØ proprio su tali immistioni riguardanti l’industria musicale e la vita privata dei componenti del quartetto, inserite ad esempio in forma di fruscio del vento nel brano capolavoro citato poc’anzi, che si basa principalmente l’opera.

La brezza sfuma nei tocchi folk di A Pillow Of Winds, traccia melodica e sentimentale, non particolarmente convenzionale per la band, nella quale si puĆ² scorgere qualche passaggio sonoro che verrĆ  integrato nella produzione futura, mentre tra i placidi accordi e i cori da stadio di Fearless fanno capolino le prime avvisaglie in materia filosofica e umana nelle tematiche testuali affrontate da Waters, maturate e portate a compimento successivamente con “The Dark Side Of The Moon” (1973) e “The Wall” (1979).

Si sposta in direzione jazz il piano di San Tropez, composta dal solo bassista e nota per un aneddoto curioso, ovvero un presunto omaggio a Rita Pavone, rivelatosi con il passare del tempo un errore di trascrizione di uno dei versi su alcune pubblicazioni italiane, a cui fanno seguito gli ululati blues della breve Seamus, che deve il suo titolo (nonchĆ© i guaiti) al cane del chitarrista Steve Marriott. Giunti a metĆ  dell’album si puĆ² dedurre (anche se parlando di Waters e compagni non era scontato) che ciĆ² che si voleva ridurre in pezzi, come espresso nell’apertura, non fosse necessariamente una persona, ma anche i suoni stessi e alcuni concetti, per analizzarli e farne un collage.

La foto in copertina scattata da Robert Dowling ritrae un orecchio sott’acqua, lo storico collaboratore e curatore degli artwork della band, Storm Thorgerson, non si dichiarĆ² mai soddisfatto del risultato finale, ma la sua proposta apparƬ a Gilmour e soci alquanto discutibile, se non per buon gusto, sicuramente per contesto: sarebbe stato meglio l’ingrandimento dell’ano di un babbuino sulla cover suggerita dal fondatore dello studio Hipgnosis? Forse non in questo caso. La veritĆ  ĆØ che ognuno poteva vedere ciĆ² che voleva in quella misteriosa miscela di rosa e azzurro, chi una grotta, chi un naso capovolto, e altre bizzarrie, veri e propri echi nei labirinti della mente: tali concetti di percezione ed empatia assumono un ruolo determinante nella seconda metĆ  del disco, interamente occupata dalla lunga suite Echoes.

Pezzo cardine dell’album e uno dei fondamentali della discografia del gruppo, si articola in sei atti sperimentali, quattro dei quali strumentali, avvalendosi di un suono simile al sonar di un sottomarino nell’intro, appartenente al piano di Wright, voce e compositore della traccia insieme a Gilmour: il suo ā€œfalso finaleā€ nella seconda sezione si pone come spartiacque tra ciĆ² che erano stati i Pink Floyd fino a quel momento e quello che sarebbero diventati.

Improvvisazione e disperata ricerca avvolte da una tempesta che ulula e mina l’equilibrio di una band che, nonostante le interferenze e le intemperie, riesce a regalare al mondo due dei suoi brani piĆ¹ collaborativi di sempre, ā€œMeddleā€ ĆØ tutto questo: parte del preludio di quella che si rivelerĆ  la giusta strada da seguire, succeduto dall’ancor piĆ¹ divisoria colonna sonora del film “La VallĆ©e” di Schroeder, “Obscured By Clouds” (1972), per poi culminare finalmente nel consacratorio “The Dark Side Of The Moon” (1973).

DATA D’USCITA: 31 Ottobre 1971
ETICHETTA:
Harvest

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (piĆ¹ o meno) veloce.