
Eccoli. Finalmente. I Caroline arrivano in Italia per tre date. Roma, Bologna, Milano. Finalmente, sì, perché è una di quelle band che aspettavamo sul palco. È bello scoprire dal vivo come un suono nasce, si sventra, si ricompone. Soprattutto il loro suono, che è un bell’incantesimo di equilibri. Cosa sono i Caroline è difficile dirlo ed è per questo che avranno lunga vita, perché sfuggiranno agli agguati della catalogazione. Ci abbiamo provato pure noi a sfruculiarli sul tema, ma Freddy Wordsworth, uno dei leader del gruppo, ci ha risposto senza giri di parole: “Amico mio, dopo otto anni ancora non so cosa siamo, quindi sta a te deciderlo”. Delle certezze però ci sono. Il secondo disco intitolato “Caroline 2”, uscito l’anno scorso (qui la nostra recensione), a tratti riesce a superare il primo che già era parso un bel prodigio. Dentro c’è una pozione tutta londinese di sperimentalismo e armonia. Non un risultato facile da ottenere, soprattutto per un ensemble formato da otto elementi. È questo il tratto più entusiasmante di questa strana band: l’imprevedibilità delle rotte e dei porti verso cui puntano, se non dei mari aperti. E anche se la loro estetica li presenta come un gruppo di venti-trentenni dai maglioni pastello, la loro musica li approfondisce verso emozioni più profonde. Abbiamo chiacchierato con Magdalena McLean (voce e violino) e, come detto, Freddy Wordsworth (un mucchio di strumenti a curriculum oltre al cantato) per farci raccontare il momento dei Caroline. E siamo partiti proprio dal giro in Italia che parte domani da Roma e che poi toccherà Bologna venerdì e Milano sabato.
Ragazzi, prima volta in Italia, vero? Che aspettative avete?
Freddy: Sì, io mai stato in Italia, sono molto emozionato.
Magdalena: Ci aspettiamo che le persone conoscano abbastanza bene la nostra musica. Ho avuto l’impressione che non sia facile organizzare tour in Italia se vieni dal Regno Unito e se fai il nostro tipo di musica, quindi se veniamo in Italia ora è perché ci saranno dei fan là fuori ad aspettarci. Il che mi rende molto entusiasta, anche perché ho parenti in Italia, in Alto Adige.
Sono sicuro troverete una grande risposta, d’altronde come per “Caroline 2”, album di cui si è parlato molto. Vi spaventava la prova secondo disco?
Freddy: Sì, all’inizio pensavamo ci sarebbe voluta un’eternità per realizzarlo, poi però grazie al feeling come gruppo che è aumentato – sia a livello musicale che personale – ogni cosa è andata avanti spedita. Tutto aveva molto senso per tutti. Questo non significa che non ci siano state difficoltà, semplicemente ci siamo sentiti più uniti dall’inizio alla fine.
La vostra unità culmina in un pezzo come “Total Euphoria”, con quell’incredibile sintesi di minimalismo e massimalismo sonoro. È un obiettivo? Intendo stare nel mezzo tra le due cose.
Magdalena: Non credo, non cerchiamo consapevolmente una via di mezzo, i contrasti però sono importanti in questo album. Fanno parte del tessuto stesso di “Caroline 2”.
Freddy: Penso che ci sia qualcosa di interessante nell’avere otto persone che producono un sacco di suoni e allo stesso tempo nessuno. Come dice Magda, i contrasti sono importanti e non c’è modo più semplice per rappresentarli che con le dinamiche. Il finale di “Total Euphoria” ne è un esempio lampante.
Di fatto siete più un ensemble che una rock band. Come “funzionate”?
Magdalena: Fondamentalmente sul principio dell’ascoltarsi, di dare una possibilità a tutti di dire la propria. In pratica tre di noi hanno più voce in capitolo rispetto agli altri, quindi c’è una sorta di gerarchia, poi però, nel mezzo, c’è un grande dialogo.
E l’innesco? Come parte una canzone dei Caroline?
Magdalena: Nascono da un frammento, come un riff di chitarra ripetuto che viene portato al gruppo e su cui improvvisiamo. Poi c’è la parte della rielaborazione e quella non finisce mai. Considera che rielaboriamo canzoni anche dopo che sono state pubblicate e suonate dal vivo.
Nei due dischi che avete pubblicato c’è forte il senso di corrente, di musica liquida. La prima volta che vi ho ascoltato sono piombato nel mondo di “Ocean Songs” dei Dirty Three.
Magdalena: Adoro quell’album! Io e Mike (O’Malley, ndr) abbiamo visto i Dirty Three dal vivo un paio di mesi fa, ed è stato fantastico, hanno suonato un sacco di canzoni da “Ocean Songs”. Non conoscevo i Dirty Three prima di entrare nei Caroline e, quando i ragazzi me li hanno fatti ascoltare, ho capito molto del tipo di musica che cercavano di fare. Credo sia decisamente nel DNA dei Caroline.
Freddy: “Ocean Songs” è uno dei miei album preferiti, anche io non conoscevo i Dirty Three prima di entrare nei Caroline, ma sono molto contento di conoscerli ora!
Pura curiosità: cosa ascoltavate da adolescenti?
Magdalena: Kings Of Convenience, The Kooks, Norah Jones, Eminem. A circa tredici anni, questo riassume bene la situazione.
Freddy: Io ascoltavo principalmente gruppi indie con chitarre come i Bombay Bicycle Club, ma mi piacevano molto anche i Chase e gli Status, e adoravo i musical come Joseph and the His Technicolor Dreamcoat. Il passato nelle mie risposte è ingannevole perché mi piacciono ancora tutte queste cose.
Potete parlarmi della scena musicale londinese di oggi?
Magdalena: È un luogo stimolante per fare musica. Pensa che all’inizio non avevo intenzione di diventare musicista, ora però non credo di poter vivere e suonare da nessun’altra parte che non sia Londra. C’è anche del negativo: non ci sono molti finanziamenti pubblici per le arti ed è sempre più difficile mantenere aperti i piccoli locali, ma c’è molta energia creativa e una forte volontà di sperimentare. Credo che la storia musicale di Londra contribuisca ad attrarre musicisti da ogni parte mantenendo viva la scena, anche se è impossibile vivere di musica in questa città.
Freddy: La musica a Londra sta vivendo un momento fantastico. Detto questo, il sostegno alle arti nel Regno Unito è pessimo, e spero questo non scoraggi quelle persone che vogliono iniziare a suonare. È raro che la musica venga considerata una carriera valida, la maggior parte delle persone fa mille altri lavori e si fa in quattro per sbarcare il lunario, e non dovrebbe essere così. Nonostante ciò, c’è della musica davvero epica e meravigliosa, quindi un grande applauso a Londra per questo.
La Brexit ha scalfito un po’ il suo appeal?
Magdalena: Forse sì. Ci vorrà del tempo prima che sia evidente. Questa domanda però è più adatta a chi vive nell’UE e che guarda Londra con occhi esterni.
Londra-New York. Cos’ha fatto da ponte tra voi e Caroline Polanchek?
Magdalena: Ho scoperto la sua musica solo perché il suo nome compariva sempre prima del nostro nei risultati di ricerca di Spotify!
Freddy: Lei stessa l’ha definita la “confluenza di Caroline”.
Ho il sospetto mi stiate prendendo in giro! In ogni caso la sua voce in “Tell Me I Never Knew That” costituisce il passaggio più pop nel disco. I Caroline, in generale, sono una band triste? Non intendo in senso negativo, ma in termini di atteggiamento.
Magdalena: No, per me non siamo affatto una band triste, casomai sincera. Credo sia diverso.
Freddy: In realtà siamo un gruppo di persone molto allegre. La musica non è necessariamente triste, potrebbe farvi piangere, ma credo che ci sia qualcosa di intrinsecamente emozionante nel vedere delle persone suonare una musica così sentita. Proviamo emozioni molto intense quando suoniamo e questa è un’esperienza condivisa con il pubblico.
Emozione che il pubblico italiano scoprirà a partire da domani.


