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JoyCut: «All’estero ci sentiamo a casa»

joycutintervistaCon un nome a cavallo fra la “Joey” del compianto Nick Drake e il floydiano “The Final Cut”, quella dei JoyCut poteva essere solo ed esclusivamente un’esperienza destinata al successo. Messe da parte un bel po’ di pubblicazioni e live importanti che gli hanno fatto dividere il palco con artisti del calibro di Arcade Fire ed Editors, i JoyCut escono in questi giorni con “Ghost Trees Where To Disappear”, album registrato a Londra la cui produzione è stata affidata a Jason Howes, già al lavoro con Bloc Party, Arctic Monkeys e Art Brut. Il Cibicida ha scambiato qualche chiacchiera con Pasquale Pezzillo.

Dieci anni d’attività. Come si può sintetizzare questa decade?
Vero, il progetto ha preso forma proprio nel 2001. Allora si trattava di una vera e propria dimensione domestica, incontri furtivi da setta dei poeti estinti, di martedì, dialoghi immaginifici sul nostro possibile destino, linee testuali e disegnini scarabocchiati in giro. Approccio acustico e un lontano pc. “A Fish Counter” (2004) ne è pura manifestazione. Dieci anni si sintetizzano difficilmente, trasformazioni esistenziali profonde e frantumazione di sogni ad ogni passo. Eravamo pronti. Sapevamo sarebbero stati “tagli di gioia”, una decade di meraviglia e scoperta.

Oltre a Joy Division e Cure, a quali altre band si deve ciò che sono oggi i JoyCut?
Fortunatamente una letteratura infinita. Ci sono tracciati autobiografici forti negli ascolti formativi di ognuno, spesso inciampiamo in un tappeto mai considerato, che avvolge. Se ne resta ammaliati viaggiatori volanti. Nel nostro caso, il disagio della marginalità dei piccoli centri urbani, una spasmodica ricerca silente di abbracci e sensi di appartenenza, ci ha spinto fra le braccia degli Smiths, della 4AD di Dead Can Dance e This Mortal Coil, della scena dark-new wave, a partire dagli Echo & the Bunnymen, Psychedelic Furs, fino ai Virgin Prunes, March’s Violet, Death In June, Killing Joke. Virando dal cantautorato di Nick Drake e Nico alla contemporanea virtù dei Radiohead.

Che spazio ha la sperimentazione nella musica dei JoyCut?
Notevole. Una navicella necessaria, una macchina del tempo, istanze di scelta entropiche. Una necessaria volontà di fuga dall’ordinario. Inizialmente navighiamo a vista, disordinatamente, il tutto poi viene sempre orientato in una summa analisi conclusiva, spesso ridotta positivamente alla “forma dimensionata”. Ovvero: minuti concessi ad una canzone.

Cos’ha significato l’esperienza londinese? Si sente nelle nuove tracce?
Passata significativamente, non riusciamo a ritornarci con il dovuto distacco, pur essendo trascorso del tempo. Il lavoro intenso in studio, travolgente, ne siamo stati letteralmente “catturati”. Un’incantevole esperienza. L’aspetto umano si è ulteriormente consolidato, fra commozione e forza d’animo, crediamo che il disco racconti trasparentemente il flusso liquido di quei giorni. Il suono non può mentire.

Avete suonato molto all’estero, come siete stati accolti? L’Italia regge il confronto?
La cultura dell’ospitalità è un costume diffuso in Europa. Guadagnando l’esterofilia, per una volta, ci siamo sentiti sorprendentemente a casa. Nessuna virgola sulla nostra provenienza, pubblico attento alla proposta e basta. Interessato, senza alcun pregiudizio, chiaramente più abituato all’approccio continuo con la variegata diversità. Qui abbiamo ancora troppa paura, teniamoci stretti almeno i nostri vecchi cantautori, augurandosi di non doverci vergognosamente piegare davanti ai nuovi.

Com’è stato suonare con gli Editors?
Emozionante, soprattutto perchè li abbiamo seguiti nel loro momento migliore. Suonavano un disco pazzesco, un live prepotente. Assieme ai The Boxer Rebellion abbiamo vissuto un vero e proprio trinomio d’eccellenza, si è respirata l’aria di un minifestival internazionale itinerante. Sarebbe il caso di ripetersi!

Perché testi in inglese? E’ una scelta dovuta solo al genere proposto?
Veniamo da una spontanea storia di ascolti di matrice, collocata nell’arco determinante della crescita intellettuale, senza forzatura alcuna e con elegante semplicità. Scriviamo e narriamo servendoci di questo codice, un efficace strumento sondante, introspettivo. Del resto i contenuti appartengono al nostro pensiero, alla nostra condizione sedimentata fra le pieghe della nostra storia italiana. Chi scrive in italiano allora dovrebbe smettere di suonare chitarre elettriche promuovendo la sola mandola.

Tempo fa raccontavate “la stranissima storia del Signor Uomo”. Nel 2011 quello stesso Uomo a che punto della sua evoluzione è arrivato?
Ci osserva disincantato, spaventato, inorridito dal disagio di questa civiltà. Crede che i sentimenti siano innaturali, che la probabilità si sia oramai imposta sulla necessità, che l’autorità abbia scalzato la verità. Il suo invito è sempre più vano, anacronistico, letto come debole. Potesse annientarsi fra le ultime fronde vive rimaste, porterebbe con sé un frammento di umanità.

Dovendo scegliere un solo formato fra vinile, cd o digitale, per quale optereste?
Se ti riferisci alla qualità dell’ascolto, vinile! Senza alcun intervento di mastering digitale.

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.