Home INTERVISTE Manuel Agnelli: «Quando il rock non è pericoloso è inutile»

Manuel Agnelli: «Quando il rock non è pericoloso è inutile»

Manuel Agnelli non usa molti giri di parole per rispondere alle domande su Padania, il nuovissimo lavoro dei suoi Afterhours. Le metafore, che su disco lasciano qualche flebile spazio alle interpretazioni, durante l’intervista vengono totalmente meno, lasciando trasparire il vero significato di quello che molti ritengono già il miglior album della band. Un album figlio del preciso momento storico che sta vivendo l’Italia, sì, ma anche il mondo intero, come sottolinea lo stesso Agnelli. Un album che smette di raccontare storie “personali” per spostarsi su un piano “sociale” mai così presente nelle lyrics degli Afterhours. Nella lunga intervista concessaci, il leader della formazione milanese non si limita a parlare solo di “Padania”, condendo il tutto con considerazioni – a volte anche particolarmente aspre – su vari aspetti che investono la nostra società.

Manuel, cominciamo proprio da “Padania”. Un album per il quale avete deciso di parlare molto di società rispetto ai vostri precedenti lavori, già a partire dal titolo stesso che è piuttosto provocatorio. E’ stata la condizione generale ed attuale del Paese ad influenzarvi in questo senso?
Sì, sicuramente la condizione del Paese e in generale del mondo, però in particolare del Paese, ci ha spinti a cercare di parlare di qualcosa che non fosse solo nostro, qualcosa che non appartenesse soltanto a noi stessi interiormente, a parlare delle storie che abbiamo sentito dai nostri amici, dalle persone che ci circondano, anche gente che non conoscevamo ma che abbiamo visto e seguito in questi ultimi anni. Ed era anche un po’ la necessità di trovare un senso e una collocazione per noi come musicisti, oggi. Cosa può fare un adulto, un musicista, se non marcisce completamente, se non si suicida, se non smette di suonare, quando ha più di quarant’anni? Quello che può fare è, forse, diventare un po’ una specie di cantastorie emozionale, cioè una persona che si mette “al servizio” raccontando le storie che vede intorno, non solo le sue ma anche quelle delle persone, in modo che la gente si possa anche un po’ riconoscere e non sentirsi completamente isolata o dissociata nel pensare e nel credere cose che non hanno conferme altrove. Nel sapere che c’è qualcuno che la pensi come te, e quindi nel non sentirsi totalmente alieni dalle cose che ci circondano. “Padania” è vero che esprime perplessità come titolo, è lì apposta, i titoli sono lì apposta, non solo per attirare l’attenzione ma anche per fare clamore, come provocazioni. E’ un po alla base del rock n’ roll, nel DNA del rock n’ roll, quello di essere un genere “pericoloso”, provocatorio. Quando il rock non è pericoloso è innocuo, è inutile per quel che mi riguarda. Però non è un titolo situazionista, noi volevamo trasmettere un’idea emozionale molto precisa, e “Padania” come parola la trasmette perfettamente, già per il fatto che faccia ribrezzo come concetto, come parola. Esprimere fastidio era la prima cosa che volevamo con questo disco e non è una cosa proprio semplicissima da esprimere in musica.

In questo senso il vostro nuovo singolo “Costruire per distruggere” è piuttosto esplicativo. A chi è rivolto, se puoi dirlo, il testo di questo brano che io trovo fra i più intensi dell’album?
Grazie. E’ un testo che racconta di un sicario che va a uccidere un personaggio pubblico che potrebbe essere Berlusconi, potrebbe essere il Papa, potrebbe essere un sicario della mafia che va a uccidere un magistrato, potrei essere io che vado a uccidere l’idea che ho di me stesso, metaforicamente. E’ tutte queste cose. Diciamo che è la fotografia di questo tipo di momenti ed è un po’ la fotografia della gente in generale, di come si comporta in questo tipo di situazioni. E la risultante non è molto positiva, perché alla fine non facciamo altro che rimanere fermi e costruiamo per distruggere, come quando da piccoli mettevamo a posto tutti i soldatini in postazione per poi tirarli giù con le bilie. Alla fine stiamo continuando a fare i bambini e a giocare allo stesso gioco, in fondo.

Già ad un primo ascolto di “Padania” l’impressione è che sia un album che vada ascoltato per intero e, nello specifico, nell’ordine preciso che avete dato alle tracce. Possiamo parlare di concept da questo punto di vista?
Sì, c’è stato almeno un tentativo da parte nostra, per cui il fatto che tu me lo dica, che molti me lo dicano, alla fine è più o meno la conferma che questa cosa è passata, si è trasmessa. La volontà di fare un concept c’è stata, un concept emozionale, cioè di emozioni che dovevano rappresentare un po’ quelle che sta vivendo la gente in questo momento, in questo Paese. Per cui appunto l’estrema velocità, il panico, la paura, il disorientamento, la depressione, magari anche l’esaltazione positiva senza nessun senso. Sono tutte cose che vediamo sinceramente intorno a noi, in questo senso è un concept. Non c’è una storia vera e propria, anche se comunque c’è un filo conduttore di un personaggio che osserva, che poi chiaramente ha il mio punto di vista, però non sono necessariamente io il protagonista.

Le foto promozionali che avete scattato per quest’album vi ritraggono col viso ricoperto di cera. E’ facile intuire che questa scelta sia strettamente ricollegata al contenuto del disco. E’ la finzione la protagonista tanto delle foto quanto dell’album stesso?
Sì, la finzione in generale, il fatto di non essere noi stessi, il fatto di essere ricoperti da una forza che ci porta a fare delle cose che noi crediamo giuste ma non sono le cose che ci appartengono, il fatto di diventare qualcosa d’altro rispetto a quello che eravamo quando siamo partiti, il fatto di fare delle cose che per tutti sono giuste ma che poi dentro di noi riteniamo sbagliate. Le foto tendono un po’ a enfatizzare questo concetto, c’è la desolazione della copertina che è un po’ quello che esprime la Padania: la nebbia, la desolazione, la solitudine, le persone che si alzano la mattina presto pensando che andare a lavorare sia l’unico scopo nella vita. E poi ci sono queste facce che in teoria sono senza espressione, le pupille le abbiamo modificate leggermente perché fossero il più inespressive possibile. Per cui personaggi – che poi siamo noi stessi, in quel caso – che però hanno perso totalmente l’anima.

Per “Padania” siete tornati dopo tanto tempo ad autoprodurvi integralmente. Cosa ha dato in più e cosa ha tolto all’album questa scelta?
Cosa ha tolto non lo so, a noi sicuramente qualche soldo ce l’ha tolto (ride, ndr). Però, sai, non sono neanche tanto rinunce queste, perché alla fine sono scelte di libertà totale che non paghi neppure, perché se devo pensare alle cose alle quali avremmo dovuto sottostare scegliendo soluzioni magari più convenienti economicamente, sinceramente non posso pensare di aver fatto delle rinunce, anzi. L’altra cosa è che forse abbiamo meno potere politico alle spalle, fra virgolette. Intendo che quando non fai parte di un grosso gruppo discografico, di una casa discografica major o di un management abbastanza potente, ti succedono poche cose in giro. E invece stranamente a noi in questo periodo ne stanno succedendo tante a livello organizzativo, a livello di partecipazioni varie, però non abbiamo le spalle coperte e questo è un altro rischio. Però per contro stiamo facendo così tanti progetti con tantissima libertà e siamo così stimolati e ci stiamo divertendo così tanto, che penso che la scelta fosse giustamente obbligata e che alla fine ci abbia dato soltanto una nuova vita, una nuova vita molto molto più divertente di prima.

Mentre “Padania” nasceva avevate già in mente di fare un album così lungo e di inserire al suo interno trovate come i due “messaggi promozionali” che fungono da intermezzo, oppure è venuto mano a mano il contenuto così ampio del lavoro?
No, è venuto mano a mano e ti assicuro che abbiamo anche scartato parecchia roba. Sai, ultimamente va di moda rimarcare che ormai gli album sono morti, che non hanno più senso, che tutti ormai stanno producendo un pezzo alla volta perché la comunicazione web questo vuole, eccetera. In realtà le cose che ci son piaciute di più ultimamente e quelle che ci son piaciute di più in assoluto nella storia della musica sono album. L’album si è costruito strada facendo, avevamo già un impianto e la voglia di fare un concept e un album comunque organico, perché nonostante tutte le tendenze che dicono che gli album sono morti in realtà per noi era molto più importante rappresentare qualcosa, un discorso, un’emozione, una situazione a livello veramente organico più che in una canzone soltanto. Però che fosse così lungo, così articolato, non lo sapevamo all’inizio, è una cosa che si è determinata durante. E’ stata una gestazione molto lunga perché ci abbiamo messo un anno, non perché siamo stati un anno in studio, per carità, ma perché abbiamo fatto parecchie pause, abbiamo riconsiderato parecchi pezzi. E’ stato molto divertente devo dire.

Questa formazione con cui avete inciso l’album e sta andando in tour è, e questa è la mia personalissima opinione, la miglior line up di sempre per gli Afterhours. Come vi siete trovati a lavorare insieme all’album e come vi state trovando in queste prime esibizioni dal vivo che state affrontando?
Ti ringrazio intanto, perché lo penso anche io che sia la miglior formazione di sempre, ci stiamo trovando molto bene. E’ la miglior formazione di sempre perché ci sono delle grandi personalità musicali all’interno, con una maturità non indifferente, ma soprattutto perché siamo amici, perché è una band vera, perché usciamo a mangiare la pizza anche quando non dobbiamo suonare insieme. E questa cosa secondo me fa la differenza, è molto raro che una band di ultra-quarantenni sia una band vera, di solito sono band-azienda che stanno insieme perché le cose vanno bene economicamente oppure perché sono diventati i Rolling Stones. Nel nostro caso non è così e devo dire che è un mezzo miracolo da quel punto di vista. Però abbiamo anche tutti i vantaggi di un certo tipo di percorso, di una certa età, siamo persone un po’ più misurate ed è più facile organizzare delle cose perché siamo tutti consci della nostra personalità, del nostro ego e anche di quello che possiamo apportare col nostro ruolo a livello musicale.

Quali sono i progetti futuri della band a livello musicale ma anche a livello sociale, in cui ultimamente siete molto attivi?
A livello musicale intanto affronteremo questo tour, finalmente un tour con del materiale nuovo che è quello di “Padania”. Il 70/80% della scaletta vogliamo che sia impostato proprio su “Padania”, perché abbiamo fatto gli ultimi due/tre anni in tour con i “classici” degli Afterhours e adesso abbiamo tantissima voglia di suonare questo materiale nuovo che, fra l’altro, dal vivo ci sta divertendo molto e a detta di molti è abbastanza sorprendente. Su disco non abbiamo pensato a come realizzare poi dal vivo queste cose, per cui magari alcuni arrangiamenti sono abbastanza complessi, però siamo riusciti comunque a organizzarli live proprio perché non necessariamente chi ha suonato una cosa in studio poi la deve suonare sul palco, e questa è sempre stata la regola degli Afterhours che ha anche provocato un po’ di equivoci rispetto a chi faceva cosa all’interno della formazione. Però chissenefrega, alla fine l’importante è che le cose riescano e quindi anche se io non suono la chitarra in quattro/cinque punti perché faccio delle parti di cantato impegnative, ma l’ho suonata nel disco, mi va benissimo che la suoni qualcun altro. E la stessa cosa succede a tutti i musicisti della band, in pratica abbiamo riarrangiato i pezzi live in modo da farli rendere al meglio possibile indipendentemente dai ruoli.

Manuel, una battuta conclusiva su Macao e sulla vostra città, Milano, su quello che sta accadendo.
Guarda, ultimamente, come dicevi tu prima, stiamo cercando di avere un ruolo come musicisti cercando di appoggiare la gente, in generale le cose in cui crediamo, usando il nostro piccolo megafono per trasmettere un po’ delle informazioni rispetto a quello che succede. Siamo venuti al Coppola di Catania, siamo andati al Valle di Roma diverse volte. A Macao è successa una cosa all’inizio straordinaria, perché Milano è una città da anni involuta socialmente, rassegnata, schiacciata dalle grosse lobby che si spartiscono gli spazi e le economie, e culturalmente è una città morta dove ci sono soltanto i grossi eventi, quelli che fanno business. Ma la cultura non appartiene ai cittadini e non nasce nei quartieri, e questo fenomeno di Macao all’inizio ci ha dato sicuramente la speranza che ci fosse finalmente una presa di posizione da parte della gente rispetto a questo stato generale delle cose. E che la gente volesse riappropriarsi non tanto degli spazi – perché gli spazi ci sono e ci saranno a Milano, e credo che non sia neanche così difficile comunicare questa notizia o riappropriarsi di qualche spazio – ma proprio attivamente della cultura, ricominciare a comunicarla non aspettando che arrivino degli aiuti dall’alto, non aspettando che arrivi niente, ma proprio prendendo l’iniziativa. E soprattutto non bypassare la rete, usare la rete per quello che è, cioè un mezzo di comunicazione, ma poi prendere posizione fisicamente, scendere in piazza. Qui a Milano non succedeva da una vita, scendere in piazza è importante, le elezioni sono state vinte per questo da questa amministrazione, perché la gente è scesa in piazza a manifestare. Questa cosa qua a Milano ormai era stata dimenticata perché sembrava che fosse quasi volgare prendere posizione in questo senso, quindi Macao c’ha dato una grande speranza. Poi che la cosa sia stata imperfetta e secondo me gestita male lo dico sinceramente, anche se li abbiamo appoggiati e continueremo ad appoggiarli se faranno altre cose. Però secondo me la cosa non è stata gestita bene e quindi è finita meno bene di come pensavamo. A un certo punto Macao rappresentava tutta Milano, erano stati appoggiati da tutti. Forse di questa cosa dovevano rendersi conto, che non rappresentavano più solo se stessi e il loro progetto, per quanto importantissimo, ma che cominciavano veramente a rappresentare anche tantissima altra gente e anche per quest’altra gente dovevano parlare. Questa cosa forse gli è un po’ sfuggita di mano e chiaramente adesso hanno anche delle situazioni di imbarazzo nei confronti delle persone che li hanno appoggiati. Però continuo a pensare che il ghiaccio sia stato rotto, che abbiano fatto una cosa grandiosa e soprattutto che l’amministrazione vada stimolata anche in questo modo a produrre dei risultati, perché li abbiamo votati per questo. E’ bellissimo vedere che i cittadini stanno cominciando veramente a pungolare l’amministrazione, a pungolare i loro riferimenti politici. Ed è anche bellissimo vedere che finalmente è possibile farlo, che comunque ci sono dei riferimenti politi che si lasciano giustamente pungolare, perché negli anni passati a Milano non era possibile fare un discorso di questo genere.

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.