Home INTERVISTE Micol Martinez: «Canzoni nate nei pomeriggi di sole»

Micol Martinez: «Canzoni nate nei pomeriggi di sole»

micolmartinezintervista2012Questo primo scorcio di 2012 ha rappresentato per il made in Italy uno dei momenti più intensi (di pubblicazioni) e alti (per livello qualitativo) vissuti da qualche anno a questa parte. Dagli Afterhours ai Giardini di Mirò, dagli Offlaga Disco Pax a Il Teatro degli Orrori, passando per Edda, Calibro 35, Tying Tiffany, Colapesce e di certo ne dimentichiamo qualche altro. Tra i nomi citati rientra a pieno titolo anche la milanese Micol Martinez che è uscita con “La testa dentro”, il suo secondo capitolo discografico dopo “Copenhagen” del 2010. Un album fresco, elegante, raffinato e intimista quanto basta, che attesta la Martinez fra le migliori interpreti al femminile dell’indipendente italiano. Quella che vi proponiamo qui è la lunga chiacchierata che Il Cibicida ha fatto con Micol per parlare in primis del suo nuovo album, ma anche d’altro.

Micol, cominciamo da “La testa dentro”, un album parecchio distante dal tuo esordio, per temi e per struttura. Musicalmente lo definirei più “luminoso”, è questo l’aggettivo che m’è venuto in mente a primo impatto. Come nasce questo lavoro?
Da un punto di vista creativo è nato in un arco di tempo più ridotto rispetto al precedente. Di fatto le canzoni sono nate tra Ottobre-Novembre 2010 e Maggio 2011. La maggior parte dei brani nascono per esigenza espressiva. E’ certamente un album, come dici tu, più “luminoso” e questo è determinato da un mio stato psicologico di partenza. Avevo bisogno di vedere, sentire e vivere “la luce” e “di luce”. Tanto è che, a parte “A filo d’acqua”, scritta precedentemente, le altre canzoni sono nate nel pomeriggio: in quei pomeriggi di sole che quest’inverno milanese ci ha offerto. Il momento “creativo” del primo album è invece arrivato quasi sempre di notte. Credo che già questo determini una grande differenza.

Questa evoluzione stilistica coincide anche con una tua evoluzione privata? La cosa si percepisce parecchio…
Sì, coincide con una mia evoluzione privata. Avevo bisogno di dare voce ad altre parti di me. Ho scritto come se io stessa fossi strumento della mia musica e non oggetto della musica stessa. Questa volta ho scritto quasi “volendo fare del bene” a chi avrebbe ascoltato le canzoni, concedendo il mio pensiero e le mie emozioni ai brani senza chiuderli nel mio piccolo specifico personale universo. L’apertura “al nuovo” dell’album “La testa dentro” fa coppia con una mia personale apertura al mondo.

Il singolo con cui avete deciso di lanciare l’album, “60 secondi”, è probabilmente il brano più pop della tracklist. Manifesto d’intenzioni dell’intero lavoro?
Abbiamo scelto “60 secondi” come primo singolo perché è più immediato e diretto, più comprensibile al primo ascolto. Devo ammettere che ci sono brani più intensi nel disco, da “Sarà d’inverno” a “Coprimi gli occhi” ad “Haggis” e che il brano scelto non è rappresentativo di tutto il lavoro. Le canzoni – e ne sono fiera – sono diversissime le une dalle altre… in fondo nessuna sarebbe stata realmente rappresentativa. La scelta si è di conseguenza indirizzata sull’immediatezza all’ascolto.

“La testa dentro” si presenta anche come un lavoro più intimo e meno trasversale del precedente. C’è un brano cui sei particolarmente legata e perché?
Non so se sia meno trasversale… in realtà a me sembra più trasversale “La testa dentro” rispetto a “Copenhagen”! Però il giudizio di chi ha scritto il lavoro ha poco peso: è difficile essere imparziali. Il brano a cui sono più legata è “Sarà d’inverno”, perché coincide esattamente con quella luce della quale ti parlavo. La luce è espressa nelle frasi del brano, la stessa è trasformata in immagini “avremo tamburi per abbattere il tempo (…) avremo il cielo scolpito dentro alla carne (…) avremo il silenzio senza la paura (…) e avremo il veleno per uccidere il veleno”. Musicalmente parlando, invece, amo molto “Haggis”, “Coprimi gli occhi” e “Questa notte”.

Nella presentazione dell’album avevi detto che “Nel movimento continuo” era uno dei pezzi che ti convinceva di meno. Per quale motivo? Io, se può servirti, lo metto tra i miei preferiti, perché ha un incedere “nervoso” che manca al resto.
“Nel movimento continuo” è la canzone più vecchia di questo disco. In realtà ora mi convince. Inizialmente il problema non era, e non è mai stato, il testo. Ma non ero convinta del brano a livello prettamente musicale. Pensavo fosse meno interessante degli altri perché di fatto ha una struttura ritmica più semplice e anche gli accordi sono meno particolari. Dopo averlo prodotto in studio, invece, ne ho sentito l’impatto e ho pensato che probabilmente non poteva e non doveva essere cambiato. Testo e musica viaggiano perfettamente insieme e il risultato è una canzone – a mio avviso – forte che, come dici tu, offre ulteriormente qualcosa di “altro” al disco. Che dire… ora la penso come te!

A livello compositivo, chi t’è stato accanto nell’ultimo periodo? Hai cambiato produzione e in generale dai l’impressione di essere sempre in movimento (torna il brano della domanda precedente), mai ferma su te stessa.
Ho lavorato a “La Testa Dentro” con Luca Recchia e Guido Andreani, che hanno partecipato attivamente anche a “Copenhagen”. La scelta è dovuta in primis a una mia fiducia lavorativa in queste persone, ad una condivisione d’intenti e di modi nell’affrontare la produzione. Da principio hanno rispettato l’emozione e l’umore dei brani andando a rinforzarli senza mai cambiarli. Continuo a pensare sia stata un’ottima scelta. Sono stata in movimento per molto tempo, saltellando tra la mia musica, i dj set, il teatro e altri mille lavori e lavoretti per sostenermi economicamente; ho studiato cose che apparentemente hanno poco a che fare con me (Scienze della Comunicazione e un Master in scrittura su web) e cose che amo come la recitazione. Ora, a prima vista, sono decisamente più ferma. Ma sento un gigantesco, immenso movimento interno che non so dove mi porterà… il prossimo disco svelerà a me e a chi mi ascolta quello che mi sta accadendo.

Cambiando discorso, come sta procedendo il movimento “Milano l’è bela” di cui sei stata promotrice?
Purtroppo quest’anno sono stata, appunto, più ferma e non sono riuscita, per tante ragioni, a coinvolgermi pienamente nella questione; ma posso dirti che ci sono persone forti ed entusiaste che si stanno organizzando. Mi auguro quindi che “Milano l’è Bela” sia l’inizio di qualcosa che avrà una lunga strada davanti a sé.

Non trovi che un’iniziativa come questa (sempre “Milano l’è bela”, of course), possa rientrare a tutti gli effetti in un più generale tentativo di risveglio culturale del Paese? Mi vengono in mente le varie occupazioni di teatri in giro per l’Italia, così come certo cantautorato “impegnato” dell’ultimo paio d’anni. Da artista, come percepisci la cosa?
Credo che tutto ciò che sia manifestazione di cambiamento, ribellione ai poteri e attivismo, sia positivo e ci renda migliori. Dal Teatro Valle a “Milano l’è Bela”, dall’occupazione del Teatro Coppola di Catania a quella di queste ultime settimane del Teatro Garibaldi di Palermo. Milano è sempre un po’ più lenta… ma piano piano, chissà, ci arriverà… forse sull’onda delle ultime elezioni, Milano si è messa a riposo. Ma di cose da fare ce ne sono… ce ne sono eccome, nella nostra città.

Ritornando alla tua musica, dal vivo come proporrai i nuovi brani, chi t’accompagnerà sul palco?
Nelle occasioni in cui sarà possibile suonerò con Giovanni Calella alla chitarra, Alessio Russo alla batteria, Roberta Cartisano al basso e Raffaele Kohler ai fiati. Nella maggior parte dei concerti però, per questioni pratiche, mi esibirò in trio con Giovanni e Alessio.

Concludiamo con una domanda fastidiosa: sempre più spesso vieni accostata a Cristina Donà e/o Carmen Consoli, la cosa ti disturba? Senti una certa “pressione” nel confronto con due icone del rock al femminile italiano come loro?
No, non mi disturba. Semplicemente perché capisco il lavoro dei giornalisti. Scrivere di un disco e far capire che tipo di disco sia non è così facile; risulta più semplice dare dei riferimenti. Vengo frequentemente affiancata a queste artiste anche perché in fondo per un certo tipo di musica, al femminile, non esistono molti altri riferimenti. Se pensi, nel caso specifico, a Carmen Consoli e Cristina Donà, le due hanno davvero poco in comune, se non cantare, suonare la chitarra e scrivere la maggior parte dei loro brani. Quindi, io che canto e suono la chitarra (e loro nel suonare la chitarra sono decisamente più brave di me) risulto comunque parte di quel mondo…. Ma non credo di essere così vicina né all’una né all’altra per scrittura e per approccio alla musica. Il paragone comunque mi fa piacere (la stampa non accosta ad artiste che non stimo). Inoltre, le recensioni che sono uscite fino ad ora utilizzano questi riferimenti ma poi a proposito dei miei lavori parlano di piena originalità e mi trattano molto bene. Quindi, va bene così!

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.