Home INTERVISTE Nina Zilli: «Con Sanremo ho realizzato il mio sogno»

Nina Zilli: «Con Sanremo ho realizzato il mio sogno»

Alla piacentina Nina Zilli è riuscito davvero di tutto in questa prima frazione di 2010: in primis la pubblicazione dell’album d’esordio “Sempre lontano”, uscito per Universal e uscito proprio durante la sessantesima edizione del Festival di Sanremo, cui Nina ha partecipato nella categoria “Nuova generazione”. E poi il successo del brano “50mila”, inserito nella colonna sonora di “Mine vaganti”, ultimo film del regista Ferzan Ozpetek. Infine l’inclusione nel prestigioso cast del concerto del Primo Maggio, senza contare le decine di tappe del suo tour, che ha toccato Catania lo scorso 31 Luglio, al Qubba. Poco prima dell’esibizione catanese, Il Cibicida ha sentito Nina per discutere del fortunato momento.

Nina, cominciamo dall’esperienza del Primo Maggio. Com’è stato partecipare a un evento così importante?
Chiaramente è stata un’emozione indescrivibile, così tante persone contemporaneamente, in un’unica occasione, sarà difficile ritrovarle. E poi è una festa molto importante, lo era soprattutto quest’anno perché era dedicata ai giovani, a tutti i lavoratori precari, alle donne. Siamo in un momento abbastanza duro per le donne in generale, relegate a un pezzo di carne che sculetta, possibilmente con tette di gomma. E i giovani, nonostante siano laureati, vengono sfruttati al massimo, una situazione che ritengo sia anche colpa dello Stato.

A proposito di donne, il tuo nome d’arte prende spunto da quello di Nina Simone, jazzista ma soprattutto attivista per i diritti civili delle donne…
Sì, ho preso Nina Simone come punto di riferimento perché è stata una donna che ne ha passate di tutti i colori, da quando è nata e per tutta la vita, ha dovuto lottare per ogni centimetro di diritto guadagnato, per lei in prima persona, per le donne in generale e per tutta la comunità afroamericana. Anche oggi, nonostante sulla carta esista una parità, in realtà la parità non esiste in nessun contesto.

Facendo un passo indietro, credi che Sanremo sia stato il vero e proprio “punto di rottura” della tua carriera?
Ritengo che sia stato importantissimo perché ormai si vive solo di comunicazione e il mezzo più potente è la televisione. Per cui, per chi non ha un altro tipo di visibilità in quel senso, Sanremo è molto importante, perché ti vede tanta gente contemporaneamente. Ovviamente se tutto va bene piaci, altrimenti è come non esserci andati. Per me nello specifico è stato molto utile, oltre ad aver rappresentato il sogno di una bambina che si realizza, perché quando ero piccola lo guardavo sempre con i miei genitori, seduti sul divano, e dicevo “anch’io voglio andarci!”. Poi, certo, anche il film di Ferzan (Ozpetek, ndr) è stato fondamentale, tutto un insieme di circostanze arrivate nello stesso momento che mi hanno aiutata molto.

Il genere che fai si presta tantissimo alla lingua inglese, ma tu scrivi e canti per lo più in italiano. Mai pensato di comporre in inglese?
In realtà io compongo direttamente in inglese e fosse per me canterei anche in inglese, perché è una lingua che ti consente di esprimere un concetto con tre sillabe, mentre in italiano con tre sillabe non dici proprio niente. È molto più schietta e molto più rapida. Dall’altra parte, però, c’è sempre una discografia che dice “siamo in Italia, facciamo musica italiana”. Cosa che, comunque, credo sia in parte giusta. Ma scrivere in italiano è sicuramente molto più difficile.

Hai collaborato con tantissimi artisti, da Giuliano Palma agli Africa Unite. Cosa cerca Nina Zilli in una collaborazione?
Diciamo che il movente di tutto deve essere l’amore per la stessa cosa, sia da una parte che dall’altra. E quindi una collaborazione deve nascere in modo naturale, non deve essere imposta né da una casa discografica né dai soldi né da altro. La collaborazione, proprio per definizione, è qualcosa che si dovrebbe mettere in piedi perché si ha il piacere di fare qualcosa insieme.

Credi che il look sia elemento fondamentale del successo, insieme alla musica?
Oggi viviamo in un periodo in cui l’immagine è decisiva, ma io credo fermamente nella sostanza. L’immagine è un modo per giocare, per distinguersi, per divertirsi. Almeno, per me è così. Per il look mi ispiro a tutte le mie eroine, della musica e del cinema, partendo da Billy Holiday fino ad arrivare a Diana Ross. Però è assolutamente divertimento, spero sempre che piaccia ma in fondo non è fondamentale, chi se ne frega (ride, ndr).

Oltre a fare musica hai lavorato anche in tv, su MTV e con Red Ronnie al Roxy Bar. Ti è rimasta un po’ dentro la voglia di fare televisione?
Tendenzialmente no. Nel senso che allora ero piccolissima, mi hanno presa per le orecchie e buttata davanti a una telecamera. Io in realtà volevo solo cantare. Ho fatto queste esperienze bellissime, soprattutto quella con Red Ronnie, ho avuto opportunità importanti, come ad esempio intervistare Pete Townshend, il cantante degli Who, e altre personalità fondamentali del mondo della musica. Mi sono divertita un sacco, però la televisione non fa per me, preferisco decisamente cantare.

Quali sono i tuoi progetti futuri, puoi anticiparci qualcosa?
Sarò in tour praticamente per tutta l’estate, una ventina di date al mese che faranno di me una trottola. Ma è la dimensione che mi piace di più, anche perché la risposta del pubblico è sempre fantastica. A un certo punto poi, penso verso la metà di Ottobre, sparirò completamente, mi ritirerò nelle mie stanze per scrivere il disco nuovo.

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.