Home INTERVISTE Yuppie Flu: «L’accostamento ai Pavement? Ci sta»

Yuppie Flu: «L’accostamento ai Pavement? Ci sta»

17 Settembre 2005: Sono circa le due di notte quando gli Yuppie Flu scendono dal palco dei Mercati Generali di Catania mettendo fine al loro spettacolo. Ci avviciniamo al cantante/chitarrista Matteo Agostinelli, domandando se è possibile rivolgergli qualche domanda: lui ci chiede di aspettare qualche minuto e poi accetta di buon grado di rispondere alle domande de Il Cibicida. Cerchiamo un angolo appartato e cominciamo..

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Intanto il vostro nome: è stata una scelta dettata da un episodio in particolare che ve l’ha suggerito o cos’altro?
Beh, il nome è nato un po’ così, per caso, più di dieci anni fa quando abbiamo iniziato a suonare. Gli amici, la gente che ci ascoltava, diceva che eravamo svogliati… e Yuppie Flu vuol dire svogliati, per cui è un nome che ci è rimasto addosso, ci calzava ed è tutt’ora il nome del gruppo.

Siete indubbiamente fra i maggiori esponenti dell’attuale scena indipendente italiana, sia come musicisti sia come fondatori di una etichetta, la Homesleep. Quale delle due attività vi soddisfa maggiormente al momento?
Difficile scegliere, sono due attività che ci soddisfano molto entrambe, io sono socio con altre tre persone della Homesleep, l’etichetta è nata per dare spazio ai gruppi emergenti, come eravamo noi, ed è importante e gratificante ciò… ma suonare dal vivo, fare musica, è bello e importante uguale, noi nasciamo come musicisti, direi che è questa la nostra attività principale.

Quali caratteristiche deve avere un gruppo affinché lo scegliate per produrlo con la Homesleep? Avete dei canoni da seguire nella scelta?
No no, nessun canone, non abbiamo una lista, un decalogo di regole da seguire, fondamentalmente seguiamo il nostro gusto personale, se ci piace bene, vediamo di fare qualcosa insieme, se no va bene lo stesso… pensa ai Giardini di Mirò, ai Julie’s Haircut o ai Midwest, sono innanzitutto gruppi che ci piacciono molto. Il gusto personale è importante quando dirigi una etichetta, ti ci devi affidare completamente, se una band non ti piace è difficile riuscire ad aiutarla e consigliarla.

I vostri tour prevedono sempre numerose tappe fuori dal territorio italiano e in Italia siete uno dei pochissimi gruppi che riesce a fare ciò con successo. C’è un segreto, una formula su cui avete puntato, al di là dell’uso della lingua inglese, o è semplicemente la vostra musica che si addice agli ascolti stranieri più di quella di altri gruppi nostrani?
Ma guarda, non credo ci sia un segreto… il genere di musica che facciamo noi si presta molto ad essere esportato, poi è importantissimo che la tua musica venga ascoltata dalla persona giusta al momento giusto e questo a noi è successo tanti anni fa, grazie al nostro vecchio publishing, che è riuscito a fare arrivare anche in Inghilterra e un po’ ovunque un vecchio split album stampato in sole 500 copie. Se sei fortunato, come lo siamo stati noi, il resto viene da se

Vi si accosta spesso ai Pavement: paragone esagerato, reale, calzante… come lo definiresti?
Il paragone lo definirei calzante, forse azzardato per la qualità del gruppo di cui stiamo parlando, ma sicuramente calzante, soprattutto per il nostro primo album. D’altra parte i Pavement sono stati uno dei gruppi che abbiamo ascoltato maggiormente, che più ci piacciono, è stato normale subirne almeno in parte l’influenza. Quando si è ragazzi e si inizia a fare musica è ovvio subire l’influenza dei propri ascolti.

Nel vostro si sentono echi di alcune famose band indie pop scozzesi, Belle & Sebastian, Delgados, Arab Strap. È un’impressione o anche voi notate certe affinità?
Apprezzo molto i gruppi da te citati, li ascolto molto e volentieri, anche se personalmente non vedo una somiglianza così palese fra noi e questa scena scozzese… poi sai, l’indie pop o indie rock ha più o meno le stesse coordinate in tutto il mondo, quindi è facile trovare similitudini e somiglianze, più facile di quanto si creda.

I vostri album sono complessi, come riuscite a riprodurli dal vivo senza perdere nulla degli effetti sonori e delle emozioni che suscitano?
Non saprei… posso dirti sicuramente che ogni volta che saliamo sul palco diamo tutto, ci impegniamo al massimo per il pubblico che è venuto a vederci. Poi, sai, possono capitare anche serate storte, dipende molto dal clima che si instaura nel posto, dal contesto, insomma un po’ da tutto il contorno della serata… ma noi iniziamo sempre un concerto per dare il massimo.

Ultima domanda di rito: se ti dico “Cibicida” tu a cosa pensi?
(Ride, ndr)… non so, fammi pensare un attimo… qualcuno che uccide il cibo?

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.