Home LIVE REPORT Damon Albarn @ Royal Albert Hall, Londra (15/11/2014)

Damon Albarn @ Royal Albert Hall, Londra (15/11/2014)

Photo Credit: Linda Brownlee
Photo Credit: Linda Brownlee

A fine concerto mi riesce ancora difficile raccogliere i pensieri e separare le emozioni della quindicenne che vive dentro di me da quelle della lucida quasi trentenne il cui passatempo preferito è recensire concerti.

Di fatto il pubblico della Royal Albert Hall, la sontuosa e iconica sala da concerti di Londra, ha assistito ad un capolavoro sul piano acustico, visivo ed emozionale. Damon Albarn – giubbotto di pelle, t-shirt, jeans strappati e Converse ai piedi – ha scelto di avere di nuovo 20 anni, ma con la consapevolezza di aver abbandonato i tormenti del passato grazie ad una ritrovata ed apparentemente inesauribile energia creativa. Felice come un ragazzino, ha invitato il pubblico ad alzarsi in piedi per raggiungerlo sotto il palco, abbracciando e stringendo le mani delle fan in delirio, per poi tornare da loro armato di bottigliette d’acqua con le quale ha ripetutamente inzuppato le prime file. Di fronte ad un pubblico così importante e in una venue così impegnativa, Damon ha scelto di adottare l’aplomb britannico annunciando: “This is terrifying coming here but we’ve decided it’s like a really big pub” (“E’ terrificante essere qui, ma abbiamo deciso di fare finta che sia un gigantesco pub”).

La scaletta è stata straordinariamente eclettica e ha toccato tutti i punti salienti della carriera di Albarn: i Gorillaz, i The Good, The Bad & the Queen, i Blur e naturalmente “Everyday Robots”, l’introspettivo disco dell’esordio solista.

Ad aprire il concerto è una b-side dei Gorillaz, Spitting Out The Demons, eseguita assieme agli “Heavy Seas”, la nuova band di cui Albarn sembra andare particolarmente fiero. Seguono Lonely Press Play e Everyday Robots, grazie alle quali una delicata malinconia pervade l’aria. “Everyday Robots” è infatti un disco intimo, personale, delicato. Sembra quasi che dopo decenni Damon Albarn abbia deciso di aprire una piccola porticina sulla sua vita e sul suo tormentato passato, permettendo agli ascoltatori di accarezzare il suo dolore, ma anche di coglierne l’essenza.

Pezzi dei Gorillaz e dei The Good, The Bad & The Queen si susseguono, fino a che sul palco salgono Adel Bocoum e Madou Diabeté, due musicisti malesi con i quali Albarn ha collaborato nel 2002 per il l’album “Mali Music”. L’interludio strumentale etnico, dominato dal suono della kora e da un accorato appello per l’emergenza Ebola in Africa, gli permette di riprendere fiato, prima di tornare a piroettare tra le chitarre, la tastiera e la diamonica per regalare al pubblico perle come Kingdom Of Doom, Hostiles, You And Me e Out Of Time, il primo – attesissimo – pezzo dei Blur della serata.

L’encore è la prima grande sorpresa: Damon Albarn torna sul palco accompagnato da uno stranamente non occhialuto Graham Coxon. Nostalgia, amarcord, tenerezza. Il pubblico non sa quale sia l’emozione predominante e per tre canzoni sembra di assistere ad un vero e proprio concerto dei Blur. Sulle note di End Of A Century torniamo tutti adolescenti; poi tocca ad un ripescaggio storico, The Man Who Left Himself, che Albarn dichiara di non aver mai suonato prima dal vivo, adducendo che risale alla metà degli anni ’90, un periodo “difficile per la band”. Il primo encore, e la partecipazione di Coxon, si chiude con Tender, che manda in visibilio tutto il pubblico – ormai in piedi dal primo all’ultimo – e che sembra diventare più intensa ogni anno (o decennio) che passa, complice anche il coro gospel che accompagna i due.

Per il secondo encore, Albarn preme un nuovo interruttore, sconvolgendo ancora gli equilibri della serata ed il pubblico: dopo una briosa Mr Tembo, in cui il coro gospel dà il meglio di sé, a sorpresa salgono sul palco i De La Soul. Vincent “Maseo” Mason chiede un minuto di silenzio che squarcia con l’inconfondibile risata malefica che preannuncia l’inizio di Feel Good Inc.. Il rapper londinese Kano si unisce a loro per un’altra canzone dei Gorillaz, Clint Eastwood. Le due ore di concerto si concludono con una ciliegina sulla torta che difficilmente il pubblico dimenticherà. “The next person has been a huuuge influence for me” (“Il prossimo ospite ha avuto una grandiiiiissima influenza su di me”) dice Damon Albarn, annunciando nientemeno che Brian Eno, con il quale canta Heavy Seas Of Love. Un finale a sorpresa che lascia tutti a bocca aperta.

Per un artista di fama internazionale misurarsi con un simile riscontro positivo da parte del pubblico, in una venue così carica di responsabilità come la Royal Albert Hall, dev’essere un grande coronamento personale. Sarà per questo che a fine concerto Damon Albarn non riesce a smettere di sorridere. E nemmeno io…

SETLIST: Spitting Out The Demons (Gorillaz) – Lonely Press Play – Everyday Robots – Tomorrow Comes Today (Gorillaz) – Slow Country (Gorillaz) – Kids With Guns (Gorillaz) – Three Changes (The Good, The Bad & The Queen) – Bamako City (Mali Music) – Sunset Coming On (Mali Music) – Hostiles – Photographs (You Are Taking Now) – Kingdom Of Doom (The Good, The Bad & The Queen) – You And Me – Hollow Ponds – El Manana (Gorillaz) – Don’t Get Lost In Heaven (Gorillaz) – Out Of Time (Blur) – All Your Life (Blur) —encore 1— End Of A Century (Blur, con Graham Coxon) – The Man Who Left Himself (Blur, con Graham Coxon) – Tender (Blur, con Graham Coxon) —encore 2— Mr Tembo – Feel Good Inc. (Gorillaz, con i De La Soul) – Clint Eastwood (Gorillaz, con Kano) – Heavy Seas Of Love (con Brian Eno)

Traduttrice audiovisiva per indole, media-analyst per necessità e musicofila per passione, i concerti sono la mia isola felice nel grigiore metallico di Londra, dove vivo da 4 anni.