Home LIVE REPORT The Cure @ Royal Albert Hall, Londra (28/03/2014)

The Cure @ Royal Albert Hall, Londra (28/03/2014)

curelivelondra2014La verità è che io a questo concerto non dovevo nemmeno esserci. L’annuncio che i Cure avrebbero fatto due set esclusivi da tre ore ciascuno alla Royal Albert Hall di Londra per beneficenza era saltato ai miei occhi solo qualche ora dopo l’apertura dei botteghini e, purtroppo, gli inglesi hanno il sold out facile. Solo che 4 giorni fa il fato ha deciso di farmi trovare due biglietti last minute dentro un “loggia box”, un palchetto a 8 posti dal quale ho goduto di una visione più che privilegiata.

Il “Teenage Cancer Trust” è un’organizzazione di beneficenza per la raccolta di fondi destinati ai bambini e agli adolescenti colpiti dal cancro e non è la prima volta che i Cure usano la loro musica ed il loro impatto mediatico per sostenerla (l’ultimo concerto in supporto del Teenage Cancer Trust risale al 2006).

La Royal Albert Hall, sala da concerti polivalente nel ricco quartiere di South Kensington, è una location prestigiosa, ma stranamente raccolta grazie alla sua forma circolare e alla capienza piuttosto limitata (circa 6000 persone). E’ stipata all’inverosimile, tanto che anche i posti nel coro, alle spalle del palco, sono tutti occupati. Alle 20.00 in punto si abbassano le luci, sulle note inconfondibili di una Plainsong di un’intensità assoluta, seguita a ruota da Prayers For Rain e A Strange Day, rispettivamente da “Disintegration” e “Pornography”, due degli album più cupi della band. Malgrado i due anni di stop dall’ultimo concerto, Robert Smith non appare affatto arrugginito ma rilassato e divertito e, dopo i primi tre pezzi, dichiara: “It’s a slow burning set, this one!”. Ed è vero, la scaletta è variegata e a tratti insolita, piena di b-side e di pezzi mai suonati prima dal vivo o non suonati da decenni. Tra questi saltano all’occhio, Stop Dead (b-side del singolo “In Between Days”), 2 Late (d-side del singolo “Lovesong”) e Harold & Joe (suonata per la prima volta dal 1991).

Tra gli highlight della serata, le immancabili In Between Days, Lovesong, Friday I’m In Love, Pictures Of You, Just Like Heaven e Lullaby. A sorpresa, sono state ripescate The Caterpillar, The Walk ed il capolavoro One Hundred Years, forse il pezzo più “Cure” della serata.

Come da tradizione, i Cure concedono 3 encore. Nel primo dominano Fascination Street e A Forest, durante la quale il pubblico è in visibilio. Il tastierista Roger O’Donnell fa un aeroplanino con la scaletta, lo lancia verso il pubblico ma gli atterra rovinosamente sui piedi, mentre Robert Smith si lascia andare ai suoi caratteristici balletti ed il bassista Simon Gallupp si muove come se stesse suonando nei Clash. L’andazzo di questo concerto è dichiaramente allegro, lontano dalle atmosfere claustrofobiche di “Faith” e “17 Seconds”, i grandi assenti della serata, e il secondo encore ce ne dà conferma con The Love Cats, Let’s Go To Bed, Close To Me e Why Can’t I Be You?. Alle 23:00, dopo tre ore di concerto, i Cure escono di scena, per ritornare subito dopo regalandoci il gran finale ed il terzo encore. Si parte con Boys Don’t Cry durante la quale tutta la Royal Albert Hall è in piedi a saltellare, compreso Robert Smith con il suo modo teneramente poco coordinato che lo contraddistingue.

D’altronde, come ha scritto Marcus James su Twitter: “Approaching climax of excellent #thecure set and despite another hour of booze Goths still can’t dance”. I Cure ci regalano 10:15 Saturday Night, il secondo pezzo tratto da “Three Imaginary Boys” che proprio quest’anno compie 35 anni, mentre l’ultimo dei 45 pezzi di questo concerto straordinario è Killing An Arab che, dopo le polemiche degli anni passati, torna ad essere cantato senza sostituire “an Arab” con “another”. Impossibile fare un bilancio di questo concerto senza tirare in ballo le emozioni che, a distanza di 30 anni, i Cure riescono a suscitare nel loro eterogeneo pubblico di nostalgici, dark anni ‘80 attempati, giovani dark anni ‘80 anacronisticamente tali, bambini, famiglie e uomini in giacca e cravatta.

SETLIST: Plainsong – Prayers For Rain – A Strange Day – A Night Like This – Stop Dead – Push – In Between Days – 2 Late – Jupiter Crash – The End Of The World – Lovesong – Mint Car – Friday I’m In Love – Doing The Unstuck – Trust – Pictures Of You – Lullaby – High – Harold & Joe – The Caterpillar – The Walk – Sleep When I’m Dead – Just Like Heaven – From The Edge Of The Deep Green Sea – Want – The Hungry Ghost – Wrong Number – One Hundred Years – Disintegration —encore 1— If Only Tonight We Could Sleep – Shake Dog Shake – Fascination Street – Bananafishbones – Play For Today – A Forest —encore 2— Catch – The Lovecats – Hot Hot Hot!!! – Let’s Go To Bed – Freakshow – Close To Me – Why Can’t I Be You? —encore 3— Boys Don’t Cry – 10:15 Saturday Night – Killing An Arab

Traduttrice audiovisiva per indole, media-analyst per necessità e musicofila per passione, i concerti sono la mia isola felice nel grigiore metallico di Londra, dove vivo da 4 anni.