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AA.VV. – Sending Hearts To All My Dearies: A Tribute To The Smashing Pumpkins

In fin dei conti l’ego può essere − e infatti lo è quasi sempre − il peggior nemico di ogni musicista, specie di quelli che non imparano dai propri errori e che s’impuntano sulle proprie posizioni. Stiamo parlando in primis di Billy Corgan, neanche a dirlo: reduce da anni tutt’altro che memorabili con i “nuovi” Smashing Pumpkins, cui non è servito nemmeno il rientro di James Iha a salvare il salvabile, Corgan si è dilettato adesso nell’avallo di questo Sending Hearts To All My Dearies, un eccentrico (trovate voi un altro aggettivo più idoneo ma che ci esenti pur sempre da una querela) tributo alla sua band. Cosa, se non l’ego, può portare un artista a seguire le operazioni per un tributo a lui stesso dedicato? Ma l’ego è anche quello di Kevin Parker/Tame Impala, il nome che avrebbe dovuto fungere da traino di quest’uscita. È stato così? Neanche per sogno, ovviamente, visto che la sua versione di Hummer è spogliata della decadenza dei Pumpkins e intrisa di quel fighettismo che ha ormai distrutto anche la sua band (che non è più una band, è lui e basta, circostanza che dovrebbe suggerirgli qualcosa). Quindi ancora ego spropositato, di un artista che ormai crede di poter fare ciò che vuole anche quando la musica è di altri.

Al netto di ciò, comunque, i problemi di “Sending Hearts To All My Dearies” non risiedono soltanto nell’ego dei due di cui sopra, che è solo la punta dell’iceberg di un progetto che non ingrana praticamente mai. La scelta della tracklist, tanto per dirne una e di certo non la più irrilevante. Solitamente, infatti, per operazioni del genere si punta tanto sulla varietà, sulla non ripetizione, sulla riproposizione calibrata di estratti da un’intera carriera… ma non in questo caso: abbiamo due Tonight, Tonight (drammaticamente sintetica ma con carattere quella dei The Midnight, disturbante a livelli estremi quella degli Starbenders), due Cherub Rock (pasticciata quella di Carpenter Brut, più interessante l’acustica dei Bones UK), due 1979 (senza infamia e senza lode quella rallentata di Barns Courtney, inutile l’interamente strumentale di Nita Strauss), due Bullet With Butterfly Wings (no comment sulla versione emo dei Palaye Royale, comment buono invece su quella orchestrale di Des Rocs). Abbiamo, soprattutto, quasi solo brani da “Mellon Collie And The Infinite Sadness”, che va bene considerarlo l’apice compositivo di Billy Corgan ma qualcos’altro di rilevante quest’uomo l’ha pur fatto.

E in quell’altro pesca ad esempio Alice Glass, che mette in piedi una sua convincente reinterpretazione trasognata di Drown, così come gli Urban Heat che poggiano invece le mani su un altro pezzo che esula la sacralità dei due masterpiece “Mellon Collie” e “Siamese Dream” (c’è anche la Eye riproposta senza mordente da Meg Myers), dando un tocco reznoriano − piano con gli accostamenti, piano! − a una Ava Adore che già nella sua versione originale aveva quel tipo di tendenze. Ma è oggettivamente poco, troppo poco per salvare un progetto ammirevole e interessante nelle intenzioni ma povero e scialbo nella realizzazione, probabilmente anche perché gli artisti coinvolti non sono poi queste punte di diamante dei loro universi di riferimento. Chiudiamo con una domanda/osservazione: perché intitolare l’intero tributo con il verso di una canzone, “Mayonaise”, che poi nel tributo non compare affatto a vantaggio di ben quattro doppioni? Un vero mistero.

2026 | Sumerian

IN BREVE: 2/5