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Alice Cooper – Detroit Stories

Il buon vecchio Alice è ormai sicuramente una leggenda: considerato inventore dello shock rock (un onore che tuttavia andrebbe riconosciuto al magnifico Arthur Brown e al suo Crazy World, che lo precede di diversi anni), antenato di Marilyn Manson, Slipknot, White Zombie e chiunque altro pensi di spaventare il mondo da sopra un palcoscenico con l’ausilio di chitarre elettriche e trucco, autore di programmi radio di successo, recuperatore di rockstar cadute preda di alcolismo, droga e tutte quelle robe che fanno le rockstar.

Insomma, sembrerebbe un uomo di spettacolo con qualche hit (“School’s Out”, certo; ma anche “No More Mr. Nice Guy” e “I’m Eighteen”, copiata da Johnny Ramone per la sua prima canzone, “I Don’t Care”). Invece Alice ha composto tantissima musica straordinaria nella sua carriera, specialmente con la Alice Cooper Band. La band, inizialmente alla ricerca di successo nella solare Los Angeles, non riusciva a sfondare, nonostante il supporto (e la produzione) di Frank Zappa; e allora pensarono di spostarsi a Detroit, città natale di Alice, città adusa ai suoni metallici di band come MC5 e Stooges, che li accolse a braccia aperte e li portò al successo e a una carriera fatta di gloria e onori.

Vincent Damon Furnier (vero nome di Cooper) non ha mai dimenticato quanto la sua nativa Detroit abbia fatto per la sua carriera, e quindi ecco il secondo tributo in meno di due anni dopo “Breadcrumbs”, extended play del 2019, dal quale qui ritroviamo alcuni pezzi, con Bob Ezrin ancora una volta alla produzione. E, difatti, ancora una volta il suono è sin troppo pulito, con la voce mixata sin troppo alta – ormai una tradizione dei dischi post 2000 del rocker di Detroit, un suono quasi sterile, compresso che rende i cinquanta minuti (per quindici brani) monoliticamente noiosi. 

Cooper porta con sé Wayne Kramer, Joe Bonamassa, i superstiti della Alice Cooper Band (scioltasi nel 1974) e, come di consueto, fa di tutto per non prendersi sul serio: che sia il power pop degli Outrageous Cherry qui coverizzati in Our Love Will Change The World (il cui gioioso ondeggiare psichedelico e morbido non ha niente a che vedere con il rock’n’roll del resto dell’album) o l’auto-presa in giro operata in I Hate You, nella quale Cooper e i superstiti della sua vecchia band si prendono in giro e prendono anche amorevolmente in giro il compianto Glen Buxton, chitarrista morto nel 1997, “per lo spazio vuoto che ha lasciato sul palco”, l’atmosfera è leggera, ma nel complesso le interpretazioni rimangono tremendamente banali e presto lasciano la voglia di ascoltare altro.

Vengono coverizzati inoltre i Velvet Underground già quasi in disfacimento (Rock And Roll) e Bob Seger (East Side Story), ma tutto suona come una di quelle rimpatriate tra compagni di classe che non sono più in contatto da decenni: si sorride, si ricorda il passato, ma tutti non vogliono altri che concluderla quanto prima e passare a fare altro.  

(2021, earMUSIC)

01 Rock And Roll
02 Go Man Go
03 Our Love Will Change The World
04 Social Debris
05 $1000 High Heel Shoes
06 Hail Mary
07 Detroit City 2021
08 Drunk And In Love
09 Independence Dave
10 I Hate You
11 Wonderful World
12 Sister Anne
13 Hanging On By A Thread – Don’t Give Up
14 Shut Up And Rock
15 East Side Story

IN BREVE: 2/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.