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American Football – American Football (LP2)

americanfootballlp2Diciassette, numero che non gode di buona reputazione. Generalmente associato alla sfortuna, sin dall’antichità, per ragioni varie ed eventuali. In Italia: numero del toccar ferro – o altro – far le corna, gli scongiuri. Eppure anche un numero primo. E forse per questo, citando Paolo Giordano, così infinitamente solo. Com’era solo, fino a poco tempo fa, quello splendido avvento discografico che fu l’omonimo album degli American Football. Era il 1999.

Mike Kinsella, frontman e voce di quell’opera indimenticata, sceglie di fare il diavolo a quattro insieme ai fratelli, incluso Nate, tenendosi sempre in attività. Gli altri due, Steve Lamos e Holmes, hanno meno fortuna nel giro. Ma nessuno di loro, nonostante una ricchissima sfilza di release, riesce a raggiungere quell’apice emotivo, divenuto ormai un cult seminale e introvabile. Diciassette, dicevamo, ed eccoci qua. Con un atteso seguito in mano, nelle orecchie, nella pancia. Semplicissimo, lineare, inequivocabile: sin dalla copertina. Sin dal nome, immutato come allora: American Football. Parte seconda, 2016.

L’arpeggio di Where Are We Now? è l’intro perfetta, in lontananza, sublimata da una voce fraterna che chiede: ”Where are we now? / Both home alone in the same house”, chiarendo subito l’umore del disco. È, questo ritorno della band dell’Illinois, un progetto più oscuro e più maturo del predecessore: un’analisi eccezionale dell’età adulta a confronto con la giovinezza, con i medesimi umori ma differenti problemi, la fragilità delle relazioni, la difficoltà di non fare del male.

Dei nove nuovi brani proposti, non ce n’è uno che non cresca con gli ascolti: dalla già classica My Instincts Are The Enemy, con la sua chiosa dolcissima, alla ninna nanna di Born To Lose. Dal fantasmagorico refrain di Home Is Where The Haunt Is all’highlight I’ve Been So Lost For So Long, tra i brani assolutamente irrinunciabili in scaletta. I testi, oggi come nel secolo breve, sono incredibili; basti leggere gli ultimi versi di I Need A Drink (Or Two Or Three) – forse canzone per eccellenza, se una dev’essere scelta per forza: Oh, how I wish that I were me / The man that you first met and married / I’m tired of fighting / Endless thunder and lightning / I can’t break this bender / To it, I surrender”.

Un’irrefrenabile tendenza all’autolesionismo consuma i pensieri e le parole di Kinsella (Give Me the Gun, Desire Gets In The Way), che si abbandona infine all’ineluttabile bellezza di Everyone Is Dressed Up. L’ordine, la pulizia, la perfezione stilistica con la quale il quartetto ha dato fiato a composizioni, allo stesso tempo, così introspettive e così maledettamente vive è un’innegabile riprova di una classe enorme e fuori norma. Play after play, la convinzione è quella di avere dinanzi la migliore reprise possibile di un capolavoro trasversalmente apprezzato. Come si dice a chi ha prestato servizio, lontano, a lungo: bentornati a casa, ragazzi. Non sappiamo se ve ne siete accorti. Ma c’erano dentro milioni di persone ad aspettarvi.

(2016, Wichita / Polyvinyl)

01 Where Are We Now?
02 My Instincts Are The Enemies
03 Home Is Where The Haunt Is
04 Born To Lose
05 I’ve Been So Lost For So Long
06 Give Me The Gun
07 I Need A Drink (Or Two Or Three)
08 Desire Gets In The Way
09 Everyone Is Dressed Up

IN BREVE: 4/5

Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.