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Anna B Savage – in|FLUX

L’esatto momento storico in cui un disco viene pubblicato contribuisce spesso in modo determinante al suo recepimento. Chiaramente l’assimilazione di versi altrui non è un percorso univoco e quindi uguale per tutti, ma “A Common Turn”, uscito a inizio 2021 in piena pandemia (leggasi isolamento e frustrazione collettivi), non poteva che rientrare fra le tante sedute di auto-psicanalisi che un po’ tutti abbiamo dovuto affrontare in quegli sventurati mesi (e in quelli a seguire). La londinese Anna B Savage in quel suo esordio sulla lunga distanza rifletteva con un certo patimento sui caratteri delle relazioni tossiche, quelli che magari non riesci a individuare lucidamente quando hai “tutto il resto” attorno, ma che quando “tutto il resto” viene a mancare saltano fuori come funghi nel sottobosco, con tutta la loro invasiva presenza.

A due anni di distanza le ferite sono ancora lontane dall’essere definitivamente guarite (se mai lo saranno), ma uno spiraglio di luce ha iniziato a investirci e ne ha beneficiato anche Anna, che con questo suo sophomore in|FLUX ha voluto in qualche modo testimoniarlo, sempre senza filtri, sempre diretta, a nudo proprio come ci si dovrebbe approcciare a una delle sedute di psicanalisi di cui sopra. Consapevolezza di sé è il concetto chiave del disco ed è ciò che Anna B Savage vuole trasmettere, attraverso dieci composizioni decisamente più ariose rispetto a quelle dell’esordio (significativo da questo punto di vista un pezzo come il singolo Crown Shyness, che in “A Common Turn” non avrebbe mai potuto trovare spazio), non per questo necessariamente più accessibili in senso lato ma di certo più positive nell’approccio stesso della loro autrice.

Se nel debutto l’elettronica andava solo a insaporire qua e là la pietanza, ovvero un folk a tratti bucolico d’ispirazione piuttosto classica, qui diventa invece un ingrediente fondamentale per il conseguimento del risultato finale, complice la produzione affidata questa volta a Mike Lindsay (già Tuung e Lump). La title track è ad esempio uno strambo − nel senso di non particolarmente convenzionale − synthpop in cui la progressione ritmica accompagna mano nella mano una delle più sorprendenti prove vocali di Anna; ma è in tutto il disco che gli inserti sintetici si aggrovigliano in modo elegante, presenti anche quando non del tutto in primo piano, vedi Feet Of Clay o Pavlov’s Dog, in cui viene fuori anche un’indole jazzata che è la vera novità musicale di questa Anna B Savage.

Nel mezzo di questo turbinio di beat s’incastrano poi le trame acustiche che ci avevano fatto innamorare di “A Common Turn” e che qui assumono altri e più luminosi significati: Say My Name coi suoi fiati dimessi ma rilassati, Hungry e poi le conclusive Touch Me (bellissime le scelte ritmiche) e The Orange, che si chiude con un “I think I’m gonna be fine” che la dice lunga sul significato di quest’album e su quanto Anna B Savage abbia lavorato su se stessa dall’esordio a oggi. I tormenti che l’affliggevano sono finiti in uno scatolone ormai ricoperto di polvere da quanto non viene spostato, parcheggiato da qualche parte in soffitta ma non finito nell’immondizia, fermo lì a ricordare ad Anna ciò che è stato e che non dovrà più essere. Davvero splendida a ogni livello.

— 2023 | City Slang —

IN BREVE: 4/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.