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Arab Strap – As Days Get Dark

Dio mi fulmini se parlo di tempo. Niente nostalgia stavolta, niente riferimenti ai sedici anni di buco e a un momento storico e musicale che non esiste più. Stop. Gli Arab Strap meritano di più per questo loro ritorno. Meritano una recensione contemporanea. Meritano che “The Last Romance”, l’ultimo disco prima dello iato del 2006, sia finalmente mandato in pensione. Oggi è solo As Days Get Dark. Un disco pietra angolare per una nuova fase di Aidan Moffat e Malcolm Middleton. Senti il richiamo da lontano, senti il riflesso di un raggio caldo attraverso il vetro, senti quel bruciore vitale di budella. Senti la voce della musica d’autore. Sì, non spaventatevi a dirlo: musica d’autore. Con costrutto. Con concetto. Che ti schiaffeggia, disturba, commuove.

Aidan Moffat e la sua voce-oracolo è mancata come acqua in queste secche. Malcolm Middleton è il mago dietro a quella pioggia di suoni che meritano oggi una nuova chance. Gli Arab Strap: semplicemente ed essenzialmente. “È passato molto tempo dal nostro lavoro precedente – ha detto Middleton – questa lunga distanza ci ha permesso di dissezionare il brutto e il bello di ciò abbiamo fatto. Non molte band hanno questa possibilità, quindi penso sia stato meraviglioso separarsi”. Meraviglioso separarsi. Ossimoro di un duo sempre in bilico sul taglio di un coltello.

I “giorni scuri” di questo albo sono quelli dell’invecchiamento. Il disfacimento di noi. Moffat li racconta nell’epica gotica di The Turning Of Our Bones. Malcolm mi scrive a proposito: “Nel video della canzone abbiamo usato molte clip di vecchi film dell’horror”. Il risultato è un grottesco viaggio cronenberghiano nell’orrendo della carne. Ma nei giorni scuri ci si tocca, ci si scambiano salive, si viaggia attraverso la droga, ci si dispera. Si fa arte. Un virus che non ha nulla a che vedere con l’attuale perché tocca e invade con polpastrelli nudi. È il virus della disperazione. Della depravazione. Del vizio. Dell’irregolarità. Dell’ispirazione.

Un’oscurità quasi nostalgica per un mondo imperfetto ma infetto di cose. Come in Sleeper. Un treno viaggia come un arpeggio squarciando la notte. I vagoni colmi di anime inquiete metafora della vita. Il dark, un ciondolo che oscilla sulla testa. Tastiere eighties e chitarre disciolte, nero metallizzato. I violini teatrali di Fable Of The Urban Fox, il sassofono di Kebabylon, il parlato di Aidan, il cinguettio in Bluebird, lo djembé nel pezzo che apre, sono tasselli di un disco analogico, empirico di sentimenti, inafferrabile come gli umori, privo di alcuna voglia di mettere d’accordo. E di trovare scuse per ogni nostra malefatta. Benedetta malefatta.

(2021, Rock Action)

01 The Turning Of Our Bones
02 Another Clockwork Day
03 Compersion, Pt. 1
04 Bluebird
05 Kebabylon
06 Tears On Tour
07 Here Comes Comus!
08 Fable Of The Urban Fox
09 I Was Once A Weak Man
10 Sleeper
11 Just Enough

IN BREVE: 4/5

Riccardo Marra
Giornalista e autore, scrive per RAI e Mucchio Selvaggio. Qualche volta anche speaker radiofonico e blogger. Fondatore de Il Cibicida.