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Beck – Hyperspace

Ci sono due tipi di artisti lì fuori: quelli che restano fedeli nei secoli ad un unico genere musicale e quelli che sperimentano continuamente, nel bene e nel male. Nei suoi ventisei anni di carriera Beck ha senza dubbio deciso di far parte della seconda categoria. Rock alternativo, folk, funk, fino ad arrivare al pop rock; un trasformismo che ha comunque sempre portato alla creazione di brani con una forte identità, “à la Beck”.

A fine 2019 ci ha regalato il suo quattordicesimo lavoro, Hyperspace: un totale di undici tracce di cui sette co-prodotte da Pharrell Williams, il Re Mida delle hit (“Happy” perseguita ancora molti di noi nel sonno, ammettiamolo). L’idea di una collaborazione con lui nasce nell’ormai lontano 1999, durante le registrazioni di “Midnight Vultures”. In quello stesso periodo diventavano famosi i Neptunes, duo di produttori composto proprio da Williams e Chad Hugo, su cui Beck pare aver puntato gli occhi per una collaborazione arrivata ben vent’anni dopo.

In “Hyperspace” tutto ha un’aria futuristicamente retrò, a partire dalla stessa copertina, in cui appare Beck di bianco vestito davanti ad una Toyota Celica rosso fuoco degli anni ’80 e il titolo del disco scritto in katakana. Insomma, tutti questi elementi che oggi piacciono tanto e che – parere personalissimo – forse ci stanno leggermente sfuggendo di mano. Quest’album è un vero e proprio universo, da intendere nel senso più introspettivo del termine, nel quale veniamo introdotti con Hyperlife. Una voce effettata, come immagino quella di qualcuno che volteggia nello spazio aperto (se solo i suoni vi si propagassero), ci racconta la voglia di andare oltre la solita vita, di sfuggire all’apatia, in compagnia di qualcuno di speciale.

Faster
Farther
Longer
Harder
I just wanna grow and grow
UV light and crushing life
Wanna feel more and more
With you

La seconda traccia, Uneventful Days, ci permette di visualizzare chiaramente lo stesso uomo dello spazio che, come in un time lapse, resta immobile a fissare il vuoto mentre il tempo scorre. I giorni e le notti passano, in attesa di qualcosa che lo folgori: “Living in that dark, waiting for the light”, dice. E luce fu. Fulmini, per essere precisi. Saw Lightning dà sia figurativamente che musicalmente una bella scossa a quest’album, un’ottima commistione tra acustica ed elettronica, con degli slide country-blues che ci riportano un po’ di “vecchio Beck” e ricordano inevitabilmente, tra le varie, la celeberrima “Loser”.

L’album pecca leggermente di originalità nei brani successivi: Die Waiting, in collaborazione con Sky Ferreira, ChemicalSee Through sono di quelle canzoni sicuramente piacevoli ma che non lasciano il segno. Neanche la title track riesce a spiccare particolarmente, limitandosi a riprendere la linea melodica e parte del testo della prima traccia, variando il brano soltanto grazie al rap di Terrell Hines. Un altro featuring, quasi impercettibile, è quello di Stratosphere, i cui cori sono stati realizzati dal frontman dei Coldplay, Chris Martin. Insieme ai quattro singoli, questo rappresenta uno dei picchi più alti del disco, nonostante la sua estrema semplicità. È il brano con meno elementi elettronici, le sue leggere rimembranze floydiane lo rendono uno di quei pezzi in grado di placare qualunque stato d’animo negativo si possa provare, quasi come se immergesse in una bolla nella quale nulla di male può accadere.

E se questa bolla fossero proprio i Dark Places di cui parla Beck nel brano successivo? Una voce femminile (e italiana) irrompe più volte con la domanda “quanti anni hai?” e con la stessa ossessione testo e musiche concordano nella ripetitività. Star, invece, restituisce un po’ di groove all’album e ci regala il radioso ritratto di una donna, al centro dei pensieri del nostro uomo dello spazio. Beck conclude con Everlasting Nothing, un vero e proprio inno alla calma, in cui l’irrequieto protagonista sembra aver trovato la propria pace interiore e il coraggio di ricercare la sua felicità senza perdersi d’animo, “you’ll find something” è la promessa che fa a sé stesso.

“Hyperspace” è un album sicuramente ben riuscito e lavorato, ma risulta privo di vere e proprie tracce di spessore. Nonostante ciò, resta l’interessante stream of consciousness di un “Major Tom” beckiano nell’iperspazio della sua stessa mente, attraverso cui Beck potrebbe averci svelato una parte di sé. Ma, diciamolo, quell’uomo è lo specchio di chiunque di noi, alle prese con le nostre paure, all’infaticabile ricerca di qualcosa di più.

(2019, Capitol)

01 Hyperlife
02 Uneventful Day
03 Saw Lightning
04 Die Waiting
05 Chemical
06 See Through
07 Hyperspace (feat. Terrell Hines)
08 Stratosphere
09 Dark Places
10 Star
11 Everlasting Nothing

IN BREVE: 3,5/5

Giulia Bifaro
Ho quasi rischiato di diventare una donna di scienza, ma l'emisfero destro del mio cervello ha sempre avuto la meglio. Quando viaggio ci sono due cose che mi mandano in bestia: non avere cibo e cuffie.