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Bill Fay – Countless Branches

La musica di Bill Fay è chiaramente condizionata da una forte connotazione “spirituale”, nel senso più profondo e autentico del termine. Lo stesso disco culto – “Time Of The Last Persecution” (1971) – di questo autore diventato a sua volta egli stesso un “cult” dopo essere scomparso dalle scene per oltre trent’anni (nel 2005 usciva la bellissima collezione di registrazioni “Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow”), è in effetti condizionato dal sentimento di pietas inteso come compassione e allo stesso tempo come riverenza alle grandi forze, Dio, l’uomo e la sua spiritualità interiore, la stessa natura.

La raffigurazione del pianista all’interno di una sorta di icona biblica mentre suona alle radici di un vigoroso albero della vita che domina la scena, mentre tutto attorno è circondato da flora e fauna e il cielo passa dal mattino al crepuscolo. In pratica la copertina di Countless Branches riassume in sé la maniera in cui Bill Fay vuole essere osservatore del mondo che ci circonda e presentare il disco come un lavoro di introspezione, riflessione, rielaborazione, acquiescenza. I contenuti del resto stanno tutti qui: niente è inaspettato, così come non ci sorprende il grande entusiasmo con cui questo lavoro è stato accolto. La stessa label ci ha puntato forte, presentando anche una edizione deluxe contenente sette tracce aggiuntive, tra cui una nuova versione live in studio di “Don’t Let My Marigolds Die” che sinceramente non rende merito alla grande bellezza di questo classico.

In verità va detto che tutto il disco, prodotto da Joshua Henry, non brilla affatto di quella luce meravigliosa che riconosciamo all’opera migliore di Bill Fay. È un album che ha un carattere riflessivo e dimesso, l’autore sembra parlare per lo più a se stesso e se “Countless Branches” vuole celebrare la vita, lo fa in una maniera drammatica, ma senza esprimere sincero entusiasmo. Il problema sta anche negli arrangiamenti: poche linee tratteggiate di piano accompagnano la maggioranza delle tracce e solo un paio tra queste sono veramente convincenti, vedi Salt Of The Earth che è sicuramente la canzone migliore del disco con la conclusiva One Life.

Le note positive arrivano a sorpresa proprio dal disco di bonus track con i due inediti – Tiny più che The Rooster – e una versione più asciutta e meno classica di Your Little Face, migliore dell’originale. Allo stesso modo sono migliori le “band version” di Filled With Wonder Once Again, How Long, How Long e Love Will Remain. Alla fine Bill Fay resta un autore importante, che ha dimostrato che essere considerato solo un autore di “culto” nel suo caso sarebbe stato ingiusto, ma non merita neanche di essere osannato a prescindere per ogni suo nuovo lavoro. Questo disco non è destinato a lasciare il segno, una questione di “scelte” ha orientato il lavoro verso la ricerca di una sobrietà eccessiva e forse avremmo potuto trovarci davanti a un disco migliore. Ma non vale la pena di interrogarsi più di tanto al riguardo, tanto non lo sapremo mai.

(2020, Dead Oceans)

01 In Human Hands
02 How Long, How Long
03 Your Little Face
04 Salt Of The Earth
05 I Will Remain Here
06 Filled With Wonder Once Again
07 Time’s Going Somewhere
08 Love Will Remain
09 Countless Branches
10 One Life
11 Tiny (Bonus Track)
12 Don’t Let My Marigolds Die – Live in Studio (Bonus Track)
13 The Rooster (Bonus Track)
14 Your Little Face – Acoustic Version (Bonus Track)
15 Filled With Wonder Once Again – Band Version (Bonus Track)
16 How Long, How Long – Band Version (Bonus Track)
17 Love Will Remain – Band Version (Bonus Track)

IN BREVE: 2/5

Emiliano D'Aniello
Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.