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Bruce Springsteen – Letter To You

Quella che stiamo per raccontare non è la storia di Bruce Springsteen e della E Street Band; non è neanche un resoconto dettagliato di Letter To You; per leggere quello vi basterà cercare su Google, le testate sono straripanti di recensioni, dissertazioni, voti alti e insufficienze sull’ultima uscita discografica a marchio. Quella che vi raccontiamo è la storia di un rapporto di convivenza, una coppia di fatto venuta al mondo senza chiese né messe. La relazione tra Bruce Springsteen e la musica, tra un esecutore e un ascoltatore e, in mezzo, nascite e funerali, culle e tombe.

Nel 2002, poco dopo il crollo del World Trade Center, il New York Times pubblicò i “Portraits Of Grief”, una raccolta di profili delle vittime dell’attentato. I necrologi, piuttosto diversi dalla norma, raccoglievano in una manciata di parole ricordi di famiglia, hobby, speranze e sogni di chi aveva perso la vita in quell’attentato. In alcuni dei profili veniva nominato Bruce Springsteen; Steven B. Lillianthal, ad esempio, “amava, oltre la sua famiglia, i New York Jets, il golf e Bruce Springsteen, non necessariamente in quest’ordine”. Springsteen contattò gran parte delle famiglie dei superstiti e da quegli incontri nacque “The Rising” (2002), fatto di lacrime e polvere, come “The Dust Lady”, la donna ricoperta di cenere immortalata poco dopo l’attentato.

Oggi, Springsteen ha quasi 71 anni e un vissuto molto più complesso di quanto lui stesso avesse mai fatto trapelare, in quegli anni e in tutta la sua vita. “Letter To You”, come “The Rising”, nasce avvolto da un manto crepuscolare. È un esercizio difficile, non c’è dubbio, ma se solo si provasse a spogliare il disco dalla massiccia campagna di marketing che lo ha preceduto (in primis le conversazioni su Apple Music con Eddie Vedder e Dave Grohl) e dai dettagli che lo fanno apparire come una mastodontica manovra commerciale diretta, qualora fosse necessario, a smuovere l’emotività del popolo springsteeniano (dai pezzi scritti in cinque giorni, merito dell’acustica regalatagli da un fan, italiano, durante il tour di Broadway, ai tre inediti risalenti ai ‘70), ci si troverebbe a riscoprire vizi e virtù di un compagno di vita che, nonostante la convivenza forzata in tempo di pandemia, riesce ancora a stupire.

“Letter To You” è facilmente scomponibile in tre parti: la prima, fatta di inediti godibili, ben scritti (sia dal punto di vista lirico che da quello musicale) e altrettanto ben eseguiti; la seconda, composta dai altri pezzi nuovi per nulla corrispondenti al buon lavoro cui l’artista ha abituato l’udito e una terza, fatta delle tre outtakes scritte a inizio carriera. One Minute You’re Here, Ghosts, Last Man Standing, The Power Of Prayer e Rainmaker fanno parte della prima categoria, anche se non tutte possono dirsi quantomeno travolgenti. In questo senso, probabilmente, solo Ghosts sfodera quella potenza in grado di far assaporare una straordinaria resa dal vivo a chi ha vissuto l’esperienza catartica di un live dell’artista statunitense. Peccato per il rischio di possibile processo di raffreddamento scaturibile dall’impossibilità di ascoltarla prima del 2022.

La stringatezza della opening track potrebbe ridurla a semplice intro ma rivela un talento acustico dell’artista, messo da parte troppo spesso in favore degli episodi più muscolari. One Minute You’re Here rientra oltretutto nel novero di quei pezzi di “Letter To You” che lasciano trasparire un intento elegiaco, così vale anche per Last Man Standing e per The Power Of Prayer che, oltre a manifestare una volontà spiccata a non essere mai anacronistico, crea un gioco di similitudini e metafore religiose in cui la voce di Ben E. King che satura l’aria diventa l’emblema della potenza di una preghiera laica. Di contro, non ci si capacita del perché Springsteen non abbia deciso di scartare tracce come I’ll See You In My Dreams, House Of Thousand Guitar e Burnin’ Train, la cui assenza avrebbe compattato maggiormente il disco evitando momenti di bruttezza e inutile ridondanza.

Ma, inutile negarlo, il fulcro del disco sono le tre outtakes riprese e rimesse a nuovo. Ogni possibile valutazione sulla diametrale differenza di livello della capacità di scrittura del vecchio e del nuovo Springsteen può silenziarsi nel momento in cui si ha la possibilità di immergersi in un pezzo come If I Was The Priest, scritto negli anni ‘70 e interpretato oggi, più di quarant’anni dopo, con una consapevolezza artistica ben diversa, sia negli arrangiamenti che nel dosaggio degli strumenti e una voce sporca di commozione, mai, mai, MAI, ritoccata in sede di post produzione. Song For Orphans racconta di ragazzi perduti tra vicoli e nightclub e conserva la stessa impronta dylaniana che aveva al momento della sua nascita (1971), mentre Janey Needs A Shooter sfodera quel suono inconfondibile (l’Hammond di Roy Bittan, nello specifico) che permette ancora di distinguere l’entourage di Springsteen da tutto il resto.

“Letter To You” è un disco che piange, salta, respira e grida. È il punto di vista di un uomo di 71 anni che sa bene di non essere una fonte inesauribile di musiche e testi, ma non per questo rinuncia a mettere in atto la forma di comunicazione che conosce meglio e con cui ha sempre affrontato gran parte della sua vita personale. “Ci sono cose che ho scoperto in tempi difficili e altre in momenti buoni. Le ho scritte con inchiostro e sangue, scavandole nel profondo della mia anima e firmandole a mio nome. Questa è la mia lettera per voi”. Come fosse un matrimonio civile tra una e altre inquantificabili milioni di persone, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi, eccoci qui, fianco a fianco in un tempo in cui non è più possibile toccarsi: Springsteen e chi avrà ancora voglia di ascoltare la sua carezza.

(2020, Columbia)

01 One Minute You’re Here
02 Letter To You
03 Burnin’ Train
04 Janey Needs A Shooter
05 Last Man Standing
06 The Power Of Prayer
07 House Of A Thousand Guitars
08 Rainmaker
09 If I Was The Priest
10 Ghosts
11 Song For Orphans
12 I’ll See You In My Dreams

IN BREVE: 4/5

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.