
Gli irlandesi Chalk non li stiamo certo scoprendo adesso, nonostante questo Crystalpunk sia solo il loro esordio sulla lunga distanza. Intanto perché hanno già alle spalle una manciata di EP (“Conditions I, II, III”) che si sono fatti notare eccome, ma soprattutto perché dal vivo hanno già calcato palchi importanti portando la loro marcissima proposta che mescola abilmente industrial, post punk, rock e cultura rave. Un po’ come se i Fontaines D.C. (giusto pe restare in Irlanda) si fossero messi insieme ai Prodigy per realizzare un po’ di tracce, il tutto con Trent Reznor a pigiare i bottoni che contano. Quindi ansia à gogò, frustrazione, una certa dose di demoni sempre dietro l’angolo e le ombre della nostra società a sovrastare il tutto. Ma un disco, si sa, è una creatura che per colpire davvero nel segno deve vivere di vita propria senza succhiare linfa vitale da ciò che è venuto prima, deve splendere ma non di luce riflessa, dev’essere coerente e ispirato dal primo all’ultimo minuto della sua durata.
Nel caso di “Crystalpunk” ci troviamo davanti a un lavoro che queste caratteristiche le ha eccome, ma forse non quanto avremmo sperato alla luce degli EP e delle devastanti performance live. Ci togliamo subito il dente: in passaggi come One-Nine-Eight-Zero, giusto per citare il caso più evidente, Ross Cullen e Benedict Goddard mettono da parte le dinamiche industriali in favore di una maggiore ricerca melodica, con il marchio Chalk che finisce dunque per non spingere sempre come sa e come potrebbe. Ed è questa la circostanza che, in qualche modo, fa tendere leggermente al ribasso quelle che erano le altissime quotazioni del duo di Belfast, ovvero questo loro non essere riusciti − o non aver voluto, chissà − tenere costante la tensione che fino a questo momento erano riusciti senza fatica a mantenere. Ecco, sul lungo un po’ di affanno pare esserci, ma è solo il peccato veniale di un lavoro che nel complesso funziona eccome.
Tolti quel paio di brani un attimo fuori contesto, infatti, il resto di “Crystalpunk” è la mina che i Chalk avevano in canna da un po’: in apertura Tongue ti spara in testa come i Nine Inch Nails era “Year Zero”, Pain sembra la sintetica colonna sonora di una pellicola sci-fi, Can’t Feel It si perde in un avvolgente gorgo EDM, Longer tira in ballo una più classica forma rockeggiante (comunque nelle corde del duo), Skem fa suo il breakbeat ma lo tinge di un nero da fine del mondo, Béal Feirste (ovvero Belfast in irlandese) paga pegno in modo dannatamente chiaro oltre che convincente agli Underworld. Insomma, un ventaglio di spunti e visioni che i Chalk hanno preso e rimescolato a loro piacimento, tenendo ben fermo il setaccio del loro personalissimo filtro. Un filtro che vive di contrasti tra bianco e nero, tra piano e forte, come quel guanto nero su sfondo chiaro in copertina, seducente ma irto di borchie e spuntoni, proprio come la musica dei Chalk.
2026 | ALTER
IN BREVE: 3,5/5
