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Communions – Blue

Gli esordi brevi dei danesi Communions (vedi l’omonimo EP del 2015 e qualche altro brano sparso) avevano fatto pensare a un nuovo capitolo di quel revival post punk/new wave che ha trovato terreno fertile in Danimarca con rappresentanti di spicco come gli Iceage. Solo che i Communions già lì avevano mostrato una vena melodica decisamente più spiccata.

Vena melodica che in Blue, il loro debutto lungo su Fat Possum, prende il sopravvento su tutto il resto contribuendo a un sound decisamente inatteso: a partire dall’iniziale Come On, I’m Waiting, infatti, i Communions mettono da parte qualsiasi passaggio scuro per orientarsi su un pop rock che trova, sì, radici in Inghilterra, ma non dalle parti di Joy Division et similia come avremmo scommesso. Svariati spunti riportano per direttissima ai fratelli Gallagher (una per tutte Got To Be Free) mentre altrove c’è il britpop dei Suede che fa capolino (Today, ma Brett Anderson aleggia un po’ su tutto il disco), giusto per dare nome a due giganti.

La prova vocale di Martin Rehof, sempre androgina e ad alta concentrazione di glucosio, fa in “Blue” la vera differenza in positivo: con qualche abrasione in più avrebbe anche potuto stonare, ma qui trova il suo habitat ideale, si cala alla perfezione nel contesto facendo il paio con sonorità radio friendly e lyrics decisamente adolescenziali.

Piuttosto distante da ciò che ci si poteva aspettare, “Blue” è un album che convince per la varietà di sfaccettature che i Communions hanno saputo dare alla propria musica in così breve tempo. A prescindere dalla strada che la band deciderà di percorrere in futuro, se quella di quest’esordio o l’altra un po’ più ruvida dell’immediato passato, i margini di crescita appaiono evidenti.

(2017, Fat Possum)

01 Come On, I’m Waiting
02 Today
03 Passed You By
04 She’s a Myth
05 Midnight Child
06 Got To Be Free
07 Don’t Hold Anything Back
08 Take It All
09 It’s Like Air
10 Eternity
11 Alarm Clocks

IN BREVE: 3,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.