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Darkness – Last Of Our Kind

lastofourkindEra il 2012 e Justin Hawkins e compagni davano alla luce un “Hot Cakes” che ha lasciato con l’amaro in bocca l’imponente dose di fan e addetti ai lavori. Tre anni dopo è lo stesso Justin che, ufficialmente, mette al corrente del perché di questa quasi-debacle: “Con Hot Cakes abbiamo sbagliato i tempi”. Ed il tempo, si sa, quando ci si mette è proprio maestro. E sulla scia di tali insegnamenti, la band del Suffolk decide di mollare tutto e staccare un biglietto di sola andata verso quella terra desolata che è Valentia Island, Irlanda. Il frutto di questo sacrosanto isolamento forzato è proprio Last Of Our Kind, suonato da una line-up rinnovata con l’inserimento della bionda batterista Emily Dolan Davies (recentemente rimpiazzata per problemi di “affidabilità” da Rufus Taylor, figlio ventiquattrenne del decisamente più famigerato Roger).

Pronti via è il sound vichingo di Barbarian, pezzo di apertura e primo singolo dal riff spigoloso e con un guitar solo maleducato come pochi. A detta di Justin è una vera e propria ode alle conquiste militari del vichingo Ivar the Boneless.

Dopo ci si aspetterebbe il classico disco in perfetto stile Darkness, tutto chitarre agguerrite e falsetto. E invece no. Open Fire lascia tutti di stucco: sarà davvero Justin alla voce o per l’occasione è stato ingaggiato Ian Atsbury? Sveliamo l’arcano: è Justin. Tralasciando l’esecuzione vocale, nella quale fa notizia il quasi totale inutilizzo del falsetto, la struttura del pezzo non può che riportare alla mente palesi influenze di quella band capitanata dal (presunto?) esecutore della stessa “Open Fire”, leader degli indimenticati The Cult. Ma è risaputo che i Darkness siano una band non-sobriamente eclettica, musicalmente discernendo e non.

Tesi alacramente confermata da Roaring Waters e Mighty Wings. Nella prima spicca un brillante intro à la Motley Crue, con accenni ad armonie zeppeliniane nella strofa conditi da azzeccatissimi inserti di mandolino e l’alternarsi di un cambio di tempo nello special che lascia di stucco. Con la seconda i nostri perdono proprio il senno: inaspettato sound che più heavy non si può, a metà tra il prog ed il trash-metal, ma che riesce ad “ammorbidirsi” a lungo andare implodendo in un ritornello degno dei migliori Freddy Mercury e soci.

Con Mudslide la band si guarda allo specchio e seguendo la vecchia via maestra ritorna in sé: pezzo solido sulle orme dei Led Zeppelin, smodato uso del falsetto ed un arrangiamento impeccabile che fa scuola dell’hard-rock. Hammer & Tongs è un chiaro esperimento stonesiano, ma come ogni rockband che si rispetti i Darkness hanno nella loro storia dato vita ad alcune ballad degne di nota, “Love Is Only A Feeling” su tutte. In “Last Of Our Kind” ne abbiamo tre: la più che risparmiabile Wheels Of The Machine, il folk-rock andante di Sarah O’Sarah e la malinconica Conquerors, la migliore delle tre.

Ritorno sulla scena riuscito? Questo lo diranno i dati sulle vendite. La qualità della produzione è indubbia e l’intenzione della band di cercare un suono “diverso”, percorrendo direzioni alternative ma comunque coerenti alla loro natura di hard-rockband per antonomasia, va di certo apprezzata. Una cosa è quasi certa: i Darkness sono davvero i last of their kind.

(2015, Canary Dwarf / Kobalt)

01 Barbarian
02 Open Fire
03 Last Of Our Kind
04 Roaring Waters
05 Wheels Of The Machine
06 Mighty Wings
07 Mudslide
08 Sarah O’Sarah
09 Hammer & Tongs
10 Conquerors

IN BREVE: 3/5

Antonio Spina
Nato a Catania nel Febbraio 1989, da sempre appassionato di audio, studia ingegneria del suono. La sua vita cambia quando a 13 primavere ascolta per la prima volta un solo di Hendrix. Da quel momento lui e la sua chitarra sono un'entità unica avente vita propria.