Home RECENSIONI FKA Twigs – Magdalene

FKA Twigs – Magdalene

Complici i Radiohead, complici fenomeni di settore come Aphex Twin, Burial o Four Tet, questi primi vent’anni del nuovo millennio hanno segnato una drastica sovversione degli equilibri negli ascolti di una larga fetta dell’utenza “alternative”, che ha fatto di necessità virtù adattandosi all’inevitabile evoluzione elettronica in atto. Nello specifico degli anni ‘10, poi, questa evoluzione ha fatto rima anche con la black music, in modo particolare l’r’n’b, che s’è intrufolato nel DNA delle nuove leve fino a diventarne aspetto predominante. Fra tutti, va riconosciuto a Tahliah Barnett il merito di aver dato il là a un’intera nuova generazione di artisti di confine, fluttuanti tra i due mondi ma a proprio agio in entrambi e, soprattutto, apprezzatissimi dai fruitori di entrambi.

FKA Twigs ha raggiunto questo risultato con un solo album, “LP1” del 2014, che l’ha resa una stella polare impossibile da non notare, lì in alto nel cielo. Il suo secondo passo discografico – al netto dell’EP “M3LL155X”, uscito nel 2015 sulla scia dell’esordio – era attesissimo e quest’attesa Tahliah l’ha dovuta, volente o nolente, cavalcare: le difficoltà incontrate nel districarsi in quel mondo che lei stessa s’era creata tutt’intorno, un paio di relazioni naufragate sotto i riflettori (quelle con gli attori Robert Pattinson e Shia LaBeouf) e non da ultimi problemi di salute di una certa rilevanza (le sono stati rimossi una serie di fibromi all’utero), hanno rallentato l’incisione del suo nuovo lavoro in studio che, di conseguenza, è arrivato solo adesso a ben cinque anni dal predecessore.

Magdalene nasce esattamente da questi cinque anni vissuti da Tahliah, dagli occhi morbosi che hanno appesantito la sua vita sentimentale (Thousand Eyes), dalla solitudine che la fine di quelle storie ha portato nella sua vita (Home With YouSad DayDaybed), dagli interrogativi senza risposta su cosa sarebbe potuto andare diversamente (Cellophane), dal suo sentirsi a tutti gli effetti un corpo estraneo in un mare di pregiudizi, giudizi approssimativi e superficialità (Fallen Alien). Ed è prendendo come riferimento la figura biblica di Maria Maddalena (da cui il titolo dell’album nonché la quasi title track Mary Magdalene) che FKA Twigs decide di affrontare tutto, seguendo l’esempio di una donna forte nelle sue posizioni e nelle sue contraddizioni.

Così la parte lirica, già in passato tutt’altro che marginale nella produzione di FKA Twigs, in “Magdalene” diventa preponderante, non soltanto dal punto di vista concettuale ma anche nel suo interferire con l’aspetto prettamente sonoro: i rumori di stampo industriale di Thousand Eyes, i fiati disturbanti sul finale di Home With You, le pulsazioni ghiacciate di Mirrored Heart, il piano melodrammatico di Cellophane, fanno il paio con le frasi sussurrate da Tahliah e sembrano quasi l’accompagnamento musicale di una piece teatrale basata sulla sua vita, accompagnamento parecchio scuro anche in un episodio tendenzialmente più pop come Holy Terrain, in cui compare il featuring del trapper Future.

A proposito di featuring e collaborazioni, nella stanza dei bottoni di “Magdalene” s’è avvicendata una pletora di pezzi da novanta, da Nicolas Jaar a Daniel Lopatin, passando per Skrillex, Jack Antonoff, Benny Blanco, Noah Goldstein e svariati altri, tutti profili artistici molto diversi riuniti nel raggiungimento di un unico scopo espressivo, sottomessi ai dettami di una Tahaliah Barnett focalizzata al 101% sul significato del disco.

Tra Björk (da cui prende l’alito glaciale che avvolge l’album) e Kate Bush (con cui ha invece in comune il fortissimo impatto melodico), con alle spalle un più classico r’n’b nineties e certe vene trip hop, Tahliah Barnett conferma con “Magdalene” il suo ruolo di punta di diamante di un intero panorama artistico, fatto di musica, parole e fisicità (sì, perché il ballo e le evoluzioni di pole dance sono tutto fuorché distrazioni, tanto nei videoclip quanto sul palco), ambendo definitivamente a traguardi di prestigio in un mainstream che lei stessa sta contribuendo a plasmare.

(2019, Young Turks)

01 Thousand Eyes
02 Home With You
03 Sad Day
04 Holy Terrain (feat. Future)
05 Mary Magdalene
06 Fallen Alien
07 Mirrored Heart
08 Daybed
09 Cellophane

IN BREVE: 4,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.