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Flea – Honora

Flea con i capelli cangianti, ogni volta di un colore diverso. Flea il giullare che arriva sul palco camminando sulle mani. Flea con solo un calzino a coprirgli i genitali. Flea che fa surf. Flea che va sullo skateboard. Flea l’attore. Flea il bassista. Flea il cuore pulsante dei Red Hot Chili Peppers. In quante vesti l’abbiamo conosciuto e lo conosciamo Michael Peter Balzary? Quante vite ha avuto e quante ancora ne avrà, andando avanti di questo passo? Sì, perché a sessantatré anni suonati e con praticamente nient’altro da dover dimostrare a nessuno, Flea ha deciso di esordire da solista (non considerando l’EP “Helen Burns” del 2012) con un album in cui rispolvera una sua vecchia passione giovanile, ovvero la tromba. Gli anni passati da piccolo ad ascoltare il jazz suonato dal patrigno, che aveva una band bebop, un mondo mai uscito realmente dalla sua testa ma messo solo da parte per far spazio alle intemperanze di una vita da rockstar. E adesso eccolo qui, serio (forse, ma non ci giureremmo) come fosse un musicista di casa Blue Note, impaurito (forse, ma non ci giureremmo) da una dimensione che non gli appartiene al 100% ma che ha voluto a tutti i costi esplorare. Come fosse un emergente qualunque.

Alla lista di maschere indossate da Flea si aggiunge adesso con Honora anche quella di cantante: come in A Plea che, subito dopo l’intro Golden Wingship, da metà pezzo in poi lo presenta in questa nuova e inedita veste di arrembante narratore. Ma c’è tanto altro in questo disco, ad esempio i quasi undici minuti di divagante post jazz (esiste già questa definizione? Boh, prendetela per buona) di Frailed, che hanno tanto l’attitudine dell’accompagnamento per immagini, così come le meravigliose rivisitazioni della Maggot Brain dei Funkadelic e della Thinkin Bout You di Frank Ocean, passaggi che sono tutto fuorché pescati a caso o irrilevanti nel percorso del disco, filtrati come sono dallo splendido setaccio di un artista che dimostra di avere prima del talento (che c’è), prima della tecnica (che c’è), prima delle idee (che ci sono), prima di tutto una visione.

Flea non si è ovviamente ritrovato solo in quest’avventura: oltre alla scoppiettante band che ha registrato con lui il disco (andate a cercare i nomi che ne fanno parte, resterete a bocca aperta), infatti, in Traffic Light chiama a raccolta l’amico Thom Yorke, con cui aveva già lavorato ai tempi del progetto Atoms For Peace, per un pezzo che suona tanto come qualsiasi altra cosa su cui abbia messo le mani il frontman dei Radiohead (soprattutto The Smile e i suoi lavori da solista), tanto è distintivo il suo stile, ma al netto ovviamente della onnipresente tromba di Flea, che aiuta il brano ad amalgamarsi bene all’interno della tracklist di “Honora” sventando il rischio corpo estraneo. Ma Yorke non è il solo nome enorme presente nell’album, perché c’è anche Nick Cave in Wichita Lineman, cover del pezzo country scritto da Jimmy Webb per Glen Campbell, che chiaramente nella mani di Flea e Cave assume tutt’altri contorni. Diciamo pure che, in quanto a collaborazioni e amicizie, sarebbe potuta andare decisamente peggio a questo disco d’esordio.

Alla fine il senso della vita e della carriera di Flea, il senso stesso di questo “Honora” e di ciò che gli sta dietro, risiede tutto nella libertà, totale, assoluta, fresca e rigenerante che Balzary ha sempre perseguito e che ormai ha ampiamente raggiunto, libero come vuole essere, parafrasando il titolo della conclusiva Free As I Want To Be, verso ripetuto come un mantra all’interno del pezzo stesso. Che sia l’inizio di una nuova vita artistica? Ce lo auguriamo, per noi che quindi potremo godere ancora di altra meravigliosa e coraggiosa − perché rischia, avendo Flea la possibilità di rischiare − musica come questa di “Honora”, e ovviamente per Flea, che non pare essersi mai divertito così tanto come nel fare questo disco, nel parlarne, nel presentarlo, nel portarlo in giro. Con l’orgoglio di un ragazzino che è tornato a fare ciò che preferisce fare.

2026 | Nonesuch

IN BREVE: 4,5/5